il mattatoio dei pelouche | concorso Trudi-Simmenthal

la Simmenthal, l’arcinota ditta di carne in scatola ha bandito un concorso per incrementare la vendita di alcuni suoi prodotti (Concorso “Mamma che bontà”, CC414/415, dal 07 aprile al 07 giugno 2015, per i prodotti “Simmenthal Carne in gelatina”, “Simmenthal Gustose di pollo”, “Simmenthal Trippa”, “Simmenthal Petto di pollo” e “Simmenthal Spuntì”).

 

Per i dettagli, vedere qui: Simmenthal concorso. Fin qui nulla di nuovo: crudeltà per carnivori, almeno dal mio punto di vista.

 

Il punto è che la Simmenthal ha deciso di premiare i suoi carnivori con un pelouche della celebre ditta Trudi, famosa per i suoi teneri pupazzi appartenenti al mondo animale per la gioia di grandi e piccini.

 

Il punto è che la Trudi non può non sapere e non può non ignorare l’orribile controsenso educativo e morale costituito dal promuovere un prodotto che stermina un animale con il medesimo pupazzetto, destinato ai più piccoli, sdoganando tanta crudeltà con un’immagine del tutto distopica e disfunzionale.

 

il pelouche che premia il mattatoio, il mattatoio dei pelouche.

 

se siete indignati come me, scrivete alla Trudi SpA , potete tranquillamente usare questa lettera-tipo, molto simile a quella che personalmente ho già provveduto a spedire alla ditta.

 

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Gentile Azienda TRUDI,ho scoperto con rammarico e disgusto che i vostri peluche a forma di mucca sono stati scelti come premi in palio dall’azienda Simmenthal. Sicuramente ne sarete a conoscenza.

Per me la Vs. ditta è sempre stata una scelta quasi obbligata per i regali, anche perché avrei fatto felici dei bambini con un prodotto italiano, sicuro, tenero. Non solo: ho sempre apprezzato le vostre linee proprio perché erano un’ottima alternativa per dei bambini che pur desiderando le coccole di un animaletto per se, non avrebbero potuto per varie ragioni di contingenza ospitarne uno e occuparsene responsabilmente, e quindi meglio un pelouche che un animale vero, vivo, ma triste o trascurato. O peggio che mai abbandonato dopo i primi giochi.

Eppure…

fino a quando deciderete di cooperare con aziende che si ergono sulla mattanza degli animali non sceglierò più i vostri articoli come giochi da regalare ai bambini, e inviterò a fare lo stesso famigliari, amici e conoscenti.

Trovo infatti  la scelta del premio di cattivo gusto. Ritengo un’offesa per le mucche che perdono la vita per finire nelle scatolette mettere come premio un peluche che le rappresenta vive; un “gioco” totalmente diseducativo sia per i genitori (spinti a comprare più confezioni di mucche in scatola per vincere il premio), sia per i bambini che in questo modo vengono convinti a credere che quegli animali siano solo cibo.

Credo che la vostra bella azienda non debba cadere così in basso. Questo dietrofront nella strada del rispetto per la vita di altri esseri che abitano il pianeta con noi (e non per noi)  è un vero controsenso, indegno della storia di tenerezza “e affetto” che la Trudi ha costruito col suo pubblico.

Sperando di poter tornare a acquistare i Vs. prodotti dopo un deciso cambio di direzione, vi informo che ho consigliato a tutti i miei contatti anche su FB e altri social di seguire nel frattempo la linea di astensione  dall’acquisto che ho appena espresso.
Saluti.
Generalità e indirizzo
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Da spedire a info@trudi.it
Consiglio di mettere un oggetto vago, per evitare cestinature a priori dei messaggi.
Inondiamo loro la posta perché non ci piacciono i pelouche amici dei mattatoi.

 

Per tale

truffatori, ladri e farabutti

solo un demente totale potrebbe credere, in un sistema economico corrotto, corruttore e marcio quale è il capitalismo liberista globalizzato, in un mondo in cui si ruba persino per un gioco, e in cui la politica è elegantemente palando una fogna intasata, che quello che mangiamo, prodotto dal’industria non sia figlio del crimine.

ecco che “scopriamo” come il miele servito nella pasticceria di largo consumo non sia miele, ma una miscela con l’8% di miele e olio di palma, zucchero “crudo”, altro zucchero (sciroppo di glucosio).

è vero che la lista degli ingredienti c’è. ma è anche vero che se mi scrivi “miele” o “al miele” sui pasticcini, o mi dici che mi stai portando un pasticcino al “miele” – se ci metti quella merda sei solo un truffatore, un ladro e un farabutto. e non c’è lista, elenco, sofismo legale o terminologico che tenga.

quando inizieremo a batterci per leggi alimentari chiare semplici, limpide, non da sofismo in stile “grida” manzoniana? quando ci decideremo come comunità a dire anche nelle leggi su pane “pane al pane” e “vino al vino”? quando inizieremo a introdurre senza se e senza ma la purezza in quello che mangiamo?

vogliamo capirla o no che se non togliamo ai poteri del mercato l’essenza della vita, il nutrimento, e i beni essenziali come l’acqua, la sanità e la prima dimora, non avremo alcun diritto di lamentarci del mondo che verrà.

 

LVCIOFRANCESCOGRAZIANO | SOLIDARIETA’

la mia completa solidarietà e stima agli anarchici torinesi condannati per i disordini NOTAV:

con voi, sempre, comunque, grazie per il terribile sacrificio della Vostra libertà

Lucio ALBERTI, Francesco SALA, Graziano MAZZARELLI

NOTAV NOTAV NOTAV

i soldi del Monopoli | abbastanza gonzi per…

la politica, le parole, gli atti del signore in foto sono falsi come i soldi del Monopoli fotocopiati per cinque volte di seguito. il signore vi sta coglionando tutti. è sin dalla sua elezione che il sottoscritto lo dice e lo pensa. Bergoglio non è altro che una fraudolenta operazione di marketing politico, un rebranding, finto come solo può esserlo la pubblicità, dell’immagine della Chiesa Cattolica. un semplice maquillage, una facciata di comodo, che cerca di rimediare a un crollo abissale di popolarità e influenza nelle masse.

non a caso, dopo il voto irlandese per cambiare la costituzione – spacciato per voto pro-unioni omosessuali, ma in realtà qualcosa di più grosso – fa parlare, negativamente, il proprio Segretario di Stato.

«Le unioni gay sono una sconfitta dell’Umanità» Cardinale Parolin, Segretario di Stato

quando ci sono solo cose simpatiche da dire, il Sig. Bergoglio è ben felice di cinguettarle.

quando si tratta invece di affermazioni che non piacciono alla brodaglia progressista in carica, e al pubblico, il Sig. Bergoglio manda avanti gli altri…

se non è ipocrisia e menzogna tutto questo è impossibile capire cosa significhi allora la falsità! se questo non significa mentire con metodo, cercando di salvare solo una facciata illusoria di simpatia, non so proprio cosa altro dire.

in un paese normale, con un popolo composto da credenti seri e persone intelligenti e equilibrate, questa operazione sarebbe durata un mese. poi ci sarebbe stato uno sputtanamento clamoroso. da noi, visto il livello medio, la maggior parte ci crede. abbastanza gonza per farlo, come per altre cose di natura politica. questa non è che una lettura sostanziale e sintetica della realtà, la situazione della Chiesa è ovviamente più complessa e dettagliata, e ne perlerò volentieri più avanti, ma è di certo un segno dei tempi e una dimostrazione di inaffidabilità.

rapito, ammazzato, mangiato…

stamani ho sperimentato ancora la bizzaria delle conversazioni umane. ero a pranzo con una carissima amica e collega, e al tavolo di fianco al nostro il cameriere magnificava un piatto, descrivendolo ai nostri vicini:

«È un maiale di Siena…»

poi ho perso il resto della conversazione. perché semplicemente mi sono immaginato il nostro maiale nella Città del Palio, passeggia, magari esce a comprare le sigarette, o a giocarsi un Gratta e Vinci, o una schedina. invece è la mattina sbagliata. magari gli facevano pure la posta da qualche giorno.

soggettiva, azione: un rumore di automezzo, un rapido riflesso, magari manco te ne accorgi. un lampo nell’angolo morto dello sguardo, una mano che ti afferra la testa, da dietro, fazzoletto, coloroformio, e buio.

o forse una spinta, così, con un pretesto arrivano, ti affiancano, magari chiedono pure che ore sono; il furgone anonimo ti accosta, si apre, e vieni spinto dentro, abbrancato mentre la prospettiva delle viuzze color mattone dietro Palazzo Salimbeni ruota come un jet pilotato da Bukowski. neanche il tempo di dire: «Cazzo fate?!?» che arriva la botta in testa, il pugno, la mazzata. e buio.

poi forse, se sono pietosi, neanche te ne accorgi di essere appeso a testa in giù e sgozzato. o forse – sadici bastardi – giocano con te come nella scena delle Jene.

comunque vada, finisci su un tavolo di una trattoria toscana. mentre tua moglie, i tuoi figli, i tuoi colleghi di lavoro non ti vedranno più al tuo posto – domani – e sarà inutile domandare, vano cercare, insensato sperare.

rapito, ammazzato, mangiato. eri solo «Un maiale di Siena»

Figli di carta

forse non sarà razionale, ma è perfettamente comprensibile e perlomeno ragionevole che uno scrittore, qualunque scrittore, viva con trasporto e partecipazione personale la “vita” dei propri figli di carta, i libri che scrive. (noto solo ora che il ritolo riprende involontariamente il post che lo precede, cosa assolutamente casuale, ma bizzarramente fondata in questo minuto zeitgeist della mia bloggaggine…)

un libro, figlio di una scrittrice, è stato il pretesto usato da me, la molla, l’occasione, il tassello – paritariamente con decine di altre impressioni – per parlare di un clima che non mi piace, di tematiche, argomenti che secondo me contribuiscono a determinare tutte insieme un certo modo di concepire il reale. con minore o maggiore peso e volontarietà peraltro.

da questo post è scaturita la gentile, argomentata e più che legittima risposta dell’autrice di questo libro:

Daniela Bisagno, “Il Mistero delle Statue rubate”, Edisco 2015

ora, l’autrice, ha risposto con un commento al post, commento che qui ripropongo per comodità integralmente:

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Gentile Furio Detti,

per caso mi è capitato sotto gli occhi il suo commento (che poi commento non è, visto che lei il libro non lo ha neanche letto, mi sembra) sul mio romanzo per ragazzi, “Il mistero delle statue rubate” (Edisco, 2015). Mentirei spudoratamente, se le nascondessi di aver provato, lì per lì, un grande fastidio, nonché una certa difficoltà ad accettare la sua garbata preghiera a non volergliene (“non me ne voglia l’autrice ecc.”), un po’ perché al mio Gaspare Bellini io tengo in modo particolare, un po’ perché in quella storia (un giallo-favola, come è precisato nell’Introduzione) c’è molto di me, della mia infanzia, dei personaggi a cui ero legata, come il Don Camillo di Guareschi a cui è ispirato il don Silvestro del raccontino. Anzi, per esser precisi, il romanzo, se vogliamo chiamarlo con questa parola grossa, non l’ho neppure scritto con l’intento di pubblicarlo, ma solo per me. Ovvero, per necessità (a volte si avverte il bisogno puro di scrivere, senza per forza finalizzare la scrittura a un utile immediato), per la gioia di veder crescere un personaggio che, a onor del vero, mi è arrivato fra le mani senza che io lo cercassi -quasi da solo. In seguito, le persone a cui avevo sottoposto il manoscritto in lettura, mi avevano suggerito di mandarlo a una casa editrice per adulti, giacché, a loro avviso, il libro poteva essere, nel mare magnum della narrativa di genere poliziesco, una proposta originale e un testo fruibile anche da parte di un pubblico più maturo. Alla fine ho optato per una casa editrice scolastica seria come l’Edisco, di cui sapevo di potermi fidare, e – a quanto vedo – ho fatto malissimo. Sono consapevole (e in ciò comprendo la sua svogliatezza di lettore) che il mio racconto è solo una goccia minuscola nell’Oceano della Letteratura poliziesca per ragazzi, e che probabilmente finirà, come molti altri suoi compagni di sventura, ingoiato dall’orrido oblio. E tuttavia, se posso permettermi, vorrei darle un consiglio: non si fermi all’apparenza, la prego, ma si provi a leggerlo. Provi a considerarlo, non un tassello di quel noioso puzzle di cui lei parlava, ma un pezzo di vita, della mia –certo- ma anche della vita di un mondo che non c’è più, perché tale è il mio raccontino, pur nella sua modestia. Una storia ricca di sogni, di atmosfere fiabesche, di creature misteriose e lunari, dove c’è spazio per commuoversi e per divertirsi. E magari, perché no!, anche per riflettere un po’ sulle ingiustizie della vita. Ma soprattutto un libro vero dove non c’è, come in tutti i miei libri del resto, nulla di inventato. Tant’è che la maggior parte dei personaggi e delle storie comiche narrate qui sono… autentici.
Le mando un cordialissimo saluto e la ringrazio dell’opportunità che lei mi ha offerto di parlare del mio Gasparino,
Daniela Bisagno

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voglio quindi rispondere più esaurientemente che posso all’autrice. in primo luogo le minuzie tecniche.

quando nel mio commento ho parlato di “imprese di qualche immaginario poliziotto nazionale” non era mia intenzione sminure con l’aggettivo “immaginario” l’opera, ma semplicemente collocare il personaggio dove penso che stia, ossia nel mondo fizionale della letteratura; senza dubbio l’autrice ha attinto a esperienze reali e concrete che hanno tutta la forza per dare verosomiglianza all’invenzione. ebbene con questo riconoscere la natura immaginaria delle vicende descritte non voglio certo dare un giudizio di valore, men che meno negativo.

ugualmente apprezzo le motivazioni che hanno spinto la Bisagno a dare vita alle sue creature, nate dal ricordo di letture passate e dall’entusiasmo che è proprio di ogni bravo scrittore. né ho mai inteso mettere in dubbio l’onestà ispirativa, o “ispirazionale” della nostra, che fa riferimento al Guareschi comunemente amato, oltretutto, da entrambi.

in terzo luogo, sulle minuzie tecniche, confermo che non volevo recensire, ma neanche commentare in dettaglio l’opera, il mio post nasceva da un’impressione epidermica e istintiva, del tutto personale, e come tale tranquillamente contestabile, purché con merito. cosa che l’autrice ha fatto, tant’è che raccolgo assolutamente l’invito a non fermarmi alla buccia della questione, ma a dedicare alle avventure della Bisagno una recensione “di merito e sostanza”, ben meritata e intellettualmente dovuta.

ribadisco e invito oltretutto l’autrice a non rompere o a non crucciarsi dell’editore, il quale non ha alcun demerito quanto ala ricezione del suo libro presso il sottoscritto. sulle successive perplessità grafiche, ricordo alla Bisagno che si contano sulla punta delle dita gli autori contenti del trattamento editoriale e grafico delle proprie opere, è quindi in ottima e nutrita compagnia e evidentemente vittima di una legge consolidata dell’editoria.

mi scuso, anche se non ammetto colpe sostanziali, per aver dato un’impressione errata della mia opinione sull’opera in sé. opera che non ho che scorso rapidamente senza alcun approfondimento. quel che mi pareva di aver capito è che l’eroe del nostro racconto fosse l’investigatore e che la concusione fosse la scoperta e la punizione dei colpevoli del caso.

mi si corregga pure se sbaglio e se ho pensato semplicemente di avere tra le mani un poliziesco per ragazzi, con delle forze dell’ordine da una parte e dei criminali dall’altra.

qui veniamo alla considerazione più generale e profonda, meno tecnica. è stata solo e esattamente questa la molla che mi ha messo a disagio. perché di questi tempi si assiste a una brutta riduzione della realtà a un far west di buoni contro i cattivi, alla militarizzazione del territorio – guardatevi un qualsiasi cantiere TAV per capire di che si parla – a telecamere piazzate a grappoli “per la nostra sicurezza”, alla manifestazione di un potere pubblico e politico forte con i deboli e debole coi forti, a controlli, barriere, perquisizioni e intrusioni crescenti dello Stato nella vita degli individui. la televisione è in particolare ben più sul banco degli imputati che non ovviamente l’opera della Bisagno; libro che – ribadisco – non ho che scorso sommariamente e forse anche con superficialità. né avevo intenzione di parlare del libro se non come di qualcosa che finiva per allinearsi in prima impressione a un quadro sgradevole, forse a dispetto dello specifico contenuto, ma solo per tematica…

il poliziesco come legittimazione dell’ordine delle cose

in effetti attualmente credo che l’infanzia e l’adolscenza abbiano semmai bisogno di evadere e uso il termine non a caso, con tutte le implicazioni anche polemiche e problematiche e socialmente anche poco rassicuranti, che esso possiede e che si porta dietro. ribadisco che personalmente preferisco un’infanzia/adolescenza che facciano il tifo per animali, selvaggi, ribelli, sognatori, “svitati” o avventurieri, e magari pure perseguitati, piuttosto che per l’autorità costituita di qualsivoglia sistema. di controllo e repressione – legittima o no, lo lascio alla coscienza di ogni mio lettore – ne abbiamo abbastanza tutti, in seno alla realtà di ogni giorno. proprio in questo momento uno scrittore è sotto processo per le sue idee e le sue parole, già questo è osceno, politicamente parlando, ma comprensibile: chi ci governa riduce ogni questione a un problema di ordine pubblico e di economia. al momento penso pertanto che sia meglio puntare su una visione libertaria e individualista quanto a letture e modelli di riferimento. alla Jack London per esempio. credo che avremmo un futuro migliore se i nostri ragazzi sognassero avventure più anarchiche, nel senso generale e metapolitico possibile (ma anche in senso più politicamente tarato). il sottoscritto è tuttavia stato tirato su a suon di gesta cavalleresche come Don Chischiotte… e persino questi riferimenti non sono esattamente libertari. in effetti non sono diventato un libertario di sinistra e il conto – almeno su di me – torna: si diventa quello che si legge da ragazzi.

la mia è certamente al momento una posizione ideologica. anche qui rivendico con orgoglio la segnalazione dell’illegittimità interessata e manipolatrice di chi ha squalificato da anni  il concetto di “ideologia”. ribadisco che oltre all’ideologia ritengo di avere anche una posizione ideale e politica ben definita, anche se apparentemene non priva di contraddizioni e paradossi.

insomma come mi è capitato in mano il libro della Bisagno, avrei avuto la stessa reazione con un Montalbano, o un altro dei libri citati qui, per esempioparlo della sensazione generale che mi è stata suggerita nel suo piccolissimo, dal volume. chiaramente sarei un colossale cretino se non dessi il peso giusto agli elementi del mio puzzle: il libro della Bisagno non è “il” problema e ben altre e assai più gravi sono le occorrenze che trasformano la vita di ciascuno di noi in una specie di galera soffice, ma non meno galera di un penitenziario, gabbia e costrizione. diciamo che la realtà è fatta di tante piccole cose, e tassello dopo tassello si compone un mosaico che può piacere o non piacere.

aggiornamento

siccome l’autrice ha nuovamente risposto via commento, posto le sue interessanti e sempre benvenute precisazioni e prometto che dedicherò su queste pagine e altrove una recensione completa del suo volume. mi si conceda il tempo di leggerlo e apprezzarlo come merita. chiudo quindi con le ulteriori precisazioni dell’autrice che ringrazio ancora per questo proficuo scambio di idee.

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Gentile Furio Detti,

che il suo post non fosse o non avesse l’intenzione di essere una recensione o anche semplicemente un’opinione circa i meriti e i demeriti del mio racconto, l’avevo capito. Così come, non solo ho capito, ma in parte addirittura condivido, il suo disagio di fronte alla moltitudine ‘variegata’ di romanzi e racconti per ragazzi (e non solo) di genere poliziesco che affolla il mercato editoriale. E tuttavia –ci tengo a ripeterlo- nel mio raccontino (non riesco, con tutta la mia buona volontà a chiamarlo romanzo, sebbene lo sia a tutti gli effetti) il rapporto investigatore-criminale presenta alcune singolarità: in primis, come si accorgerà lei stesso, se avrà il tempo e la voglia di leggere, perché l’autore del crimine, colui che di norma, alla fine, viene smascherato e (talora) assicurato alla giustizia dall’investigatore stesso, secondo lo schema ormai classico dei romanzi polizieschi, è in realtà una figura positiva, come sarà chiaro alla fine, il quale entrerà addirittura in un rapporto di confidenza e stima reciproca con il suo antagonista-commissario. In secondo luogo, perché il detective è una figura che opera seguendo, non solo il proprio fiuto o talento investigativo, sibbene… la traccia dell’infanzia. Direi, addirittura, che è l’infanzia, grande ‘réservoir’ di fiabe, sogni, leggende, la vera protagonista di questa storia. Tant’è che Gaspare, fisicamente somigliante a Pietro Germi, come si dice nel libro, e come non si evince (purtroppo) dalle deplorevoli illustrazioni, è in realtà una figura in cui (quasi pascolianamente) il presente interagisce con il passato. Ed è questo passato esemplare, questa infanzia numinosa, il cui ricordo gli arriva a folate come il vento di mare o l’odore dell’erba bagnata, a fornirgli, anche grazie ai racconti delle varie figure protettive da cui è circondato, gli elementi per risolvere il caso, cioè a dire: la lente magica per leggere i segni della realtà, come si leggono i libri (Gaspare è un buon lettore): con attenzione, con gioia, con acume critico. È la riscoperta di questo patrimonio meraviglioso di leggende e favole vere, anche se nessuno ci crede più (è questo il vero crimine, non il furto delle statue) a consentire lo scioglimento dell’enigma, la soluzione del mistero. Per cui, e con ciò concludo sperando di non averla annoiata troppo con la mia risposta, se c’è qualcosa per cui “si tifa”, in questo libro, è proprio l’infanzia: la sua vis immaginativa, essenziale anche nella vita adulta, il suo lascito prezioso, mai banale, mai obliabile… Una curiosità, posto che le interessi: l’eremita di cui si parla nel racconto è ispirato all’eremita dell’omonimo racconto pavesiano. Peter, il committente dei furti di statue, è invece un omaggio a Conan Doyle, e al suo Sherlock Holmes, nell’interpretazione impareggiabile dell’attore inglese Jerémy Brett.

Grata della sua attenzione, le mando un carissimo saluto,
Daniela Bisagno

 

Grazie, Ragazzi! | Gioco, Rivoluzione e Tigri di Carta

In Foto: esemplare museale di Preside Sceriffo Renzista

«Che gli studenti possano sottrarsi a una prova che viene loro chiesta per farci sopra del ribellismo ludico, giocherellando a fare i rivoluzionari, produce effetti negativi sul clima della scuola. Al prossimo consiglio di classe, che si terrà il 3 giugno, proporrò dei provvedimenti contro di loro. Altrimenti il sistema non si regge più in piedi». Firmato: un PSR.

non è certo un caso che nella Storia i cambiamenti siano stati spesso accompagnati dalle grida e dalle voci e dall’entusiasmo vivo della gioventù, nell’età in cui ancora – forse – si può sperare nella rivolta delle coscienze a tutto quello che è oppressione, prepotenza, abuso e ingiustizia.

prima e fondamentalmente come uomo e poi anche come studioso e docente che crede nella libertà dei cervelli e dell’azione, porgo quindi tutto il mio grazie alle classi in agitazione e in particolare alla 2B dell’Istituto Superiore Balducci di Pontassieve, e a tutti i “ribelli ludici che giocano a fare i rivoluzionari” come ha detto il vostro preside mannucci, al quale riconosco un solo – ma del tutto accidentale, involontario merito:  aver riconosciuto che la Rivoluzione contro il mondo moderno è gioco. io aggiungo che è oltretutto il gioco più bello, il gioco più giovane, il gioco più nobile, la rivolta ludica è la migliore arma contro il sistema. a voi Ragazzi tutta la mia solidarietà, a simili presidi tutta la mia totale e radicale disapprovazione e disistima. sappiate che non saranno certo inutili, infantili, puerili e miserevoli rappresagliette a colpi di registro elettronico a piegare la vostra gioiosa determinazione. considerate pertanto ogni ritorsione dell’autorità come una patetica dimostrazione di impotenza e la prova che quello che fate va nella giusta direzione.

 

il futuro appartiene a voi, Ragazzi, non fatevelo rubare dalla tigre di carta del potere (e da tutti i diecimila mannucci che lei, Renzi e consorte vi metteranno, inutilmente, contro!)

teleprete&telesbirro | puzzle

vi piacciono gli investigatori? bene. anche il mio mestiere – lo storico – è un po’ quello del detective: metto insieme i pezzi del puzzle. e per vizio e vocazione mi dipingo quello che potrebbe essere un plausibile quadro della realtà.

la realtà che vedo non mi piace. per nulla.

sarà che tutti i frammenti congiurano insieme, ma oggi mi è arrivata una “proposta” editoriale per l’estate dei miei alunni. un romanzo da leggere, il classico “libro delle vacanze” – in genere vissuto più come un peso che un reale invito alla lettura e al suo infinito piacere – ma non si può mai dire…

non me ne voglia l’autrice, spero e credo assai brava, purtroppo a parlare non è soltanto la mia disaffezione per il “poliziesco”, nata assai ben prima che sviluppassi profonde ragioni ideali e ideologiche: mai amato il giallo, che ho sempre trovato istintivamente noioso, triste, grigio. un disamore antico che non è certo aiutato dalla mia attuale e maturata “coscienza sociale e politica”.

è che più mi rigiro fra le mani il volumetto, più mi sembra un pezzettino di questo dannato puzzle:

Daniela Bisagno, “Il Mistero delle Statue rubate”, Edisco 2015

penso poi che proprio in questi giorni nella posta trovo l’ennesimo invito a pagare il Canone, io che non ho mai avuto la TV in casa, da quando io e mia moglie abbiamo fatto vita comune.

recentemente sono stato a pranzo dai miei; vige la sanissima abitudine di pranzare senza televisione, ci mancherebbe; ma dalla tarda mattinata al primo pomeriggio ho avuto modo di scoprire che non c’è nulla da rimpiangere dalla scomparsa di questa infame scatola, questa cloaca che riversa pattume nella testa e nelle coscienze delle persone. in tutti questi anni la TV non è cambiata di una dannata virgola: reati, polizia e preti; preti, reati e polizia; reati, preti e polizia. tutta la mattinata e tutto il primo pomriggio, una TV del dolore fatta di piccoli e grandi crimini di provincia, forze del’ordine, e tonache rassicuranti in studio.

una TV che – pubblicità compresa, diluviante e incessante – è il perfetto specchio di un mondo-prigione in cui puoi consumare o finire ammazzato e/o interrogato in questura. ma vivere, no. quello non è ammesso. compra, consuma, cadi vittima della paura o delinqui, fatti sorvegliare e esisti controllato in questa megagalera a cielo aperto, ma non vivere. non ci provare nemmeno.

teleprete&telesbirro

oltre che telemercato.

un tempo lontano la TV provava timidamente a proporre le emozioni e l’avventura, il romantico e il romanzesco; oggi c’è praticamente un mondo che sembra solo una gabbia di conigli spaventati e sorvegliati, schiavi della narcosi della paura e della bulimia da visione e consumo.

con tutte le buone intenzioni di editori e librai, i miei ragazzi – se leggeranno – sarà di isole, pirati, animali, cielo, montagne e vento… non delle imprese di qualche immaginario poliziotto nazionale.

mi scusino tutte le Bisagno del mondo, non me ne vogliano, ma proprio non ci riesco. sarà che il puzzle che compongo mi piace sempre meno. sarà che mi è venuta l’allergia alla realtà che vedo.

pedaggio | mobilità per gonzi

non si tratta solo di un – oltretutto legittimo – odio ideologico, ma della semplice constatazione che l’Unione Europea è un ente bugiardo fino al midollo, che predica parole d’ordine vuote e assolutamente irrilevanti.

la mobilità e l’eguaglianza dei cittadini europei, per esempio. devono essere proprio un incrollabile baluardo di questa Europa di banche e mercato, se poi in Germania il ministro dei Trasporti tedesco, Alexander Dobrindt nel cuore economico e politico dell’Unione, e la camera dei Laender (Bundesrat) hanno approvato e varato la legge che porta il nome dello stesso ministro e che fa pagare il pedaggio autostradale tedesco a tutti gli altri cittadini dell’Unione. evidentemente Schengen e la “libera circolazione”, vita, mobilità, spostamento dei cittadini sono carta straccia davanti alla promessa elettorale fatta dallo Stato federale ai Bavaresi della CSU.

e noi continuiamo a essere cittadini europei ma di serie B, dato che i tedeschi continueranno a non pagare le autostrade con un vile trucchetto contabile: pagheranno il pedaggio ma si vedranno ridurre la tassa di circolazione per un importo pari al balzello. nei fatti, grazie a questa laida furbata solo i cittadini europei “non tedeschi” pagheranno il pedaggio autostradale in Germania.

ora se non ho nulla in contrario a che una nazione decida di trattare meglio i suoi cittadni rispetto a tutti gli altri, vorrei sapere semmai a che titolo e con che coraggio si mantenga in piedi un’Unione Europea che millanta uguaglianze inesistenti, diritti inconcepibili, balle ipergalattiche, al costo di un inutile carrozzone, dato che quelle uguaglianze non è capace neppure di far rispettare nel cuore del suo sistema federativo.

sarà mica il caso di invece di credere come gonzi e stronzi ai depliant patinati e bugiardi dell’Unione, alle parole dei suoi magnastipendi e inutilissimi funzionari, al club per trombati di lusso che è l’Europarlamento, tornare anche noi Italiania trattare i nostri connazionali meglio di tutti gli altri, come già stanno facendo i Tedeschi, e coi nostri soldi, per giunta? tutto questo nel quadro della “mobilità europea per gonzi e stronzi”.