Lupo | La ballata di Matt e Sweat

sarà che quando leggo notizie del genere su quella sottospecie di carta igienica virtuale che è il Coriere della Ser(v)a, vedo rosso e nero…

sarà che quando vedo reazioni del genere da parte della “brava gente” (o di consistente parte di essa) mi ricordo – si vede – dei miei antenati sulla steppa asiatica e mi sale il lupo…

mattsweat

sarà che io la razzumaglia subumana borghese che festeggia la fine di una fuga impari e scellerata non la sopporto…

sarà che in questo contesto, a dispetto dele mie convinzioni e certezze politiche sulla giustizia che non giustizia e sulla legge che non fa giustizia, oltre al lupo mi sale il poeta…

sarà che tra sbirri e pecore, preferisco per fede, istinto e antico onore i Lupi…

specie se cattivi e  braccati…

 

quindi, stanotte ho composto una roba stile vecchia ballata del vecchio Sud, dedicata a due farabutti di prima qualità, uno dei quali è stato prontamente giustiziato. è un abbozzo poetico, forse la migliorerò, forse no, ma voglio darvela carne e sangue stanotte …stanotte.

 

 

La ballata di Matt e Sweat

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.

Mi sanguinano fra i denti le ciliegie
le ultime all’inizio dell’Estate
voglio cantare, gente – sù restate –
l’ultima corsa di Richard Matt e Sweat.

Dolce la frutta scende insieme al vino
oh, è cominciata in carcere la storia
rossi gli stracci che contava Joyce
e chi sa dove inizia o chi per primo…

Non chiedere a una donna innamorata
se a Dannemora o Dio sa solo dove
resti il suo cuore, se con la divisa
o con l’uomo che le rubò il respiro.

Non chiedere a una guardia dei dipinti
fatti da chi traguarda un orizzonte
fatto di sbarre, secondini e teppa.
Con che colori vede? Forse rosso?

Chiedi piuttosto al tubo della fogna
e alla fatica scavata palmo a palmo
pollice a pollice dentro merda e fango
quanto dista – ogni notte – libertà.

Chiedi piuttosto cosa può sentire
un uomo sulla faccia, quando sbuca
come una pianta raggelata al cielo
fuori da quel perimetro di ferro.

Chiedi piuttosto che rumore faccia
la mano che prepara dei pupazzi
nel sonno degli uomini, ma sappia
che presto correranno al piede i cani.

Chiedi piuttosto che strada faresti
se avessi fra la morte e la galera
1000 sbirri per scorta e pure indiani
– smemorati di quando erano loro

le bestie addosso a cui le stesse giubbe
mangiavan miglia di sudore e scaga –
ecco che i pellerossa alla bandiera
rendono l’inno dei peggiori servi.

Chiedi piuttosto che scelta sarà resa
a una coppia di matti disperati
fra le vesciche, la notte e la gelata
guazza sul dorso di Matt e David Sweat.

 

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.

 

Venti giorni può andare un’Odissea
prima che la pazienza del Governo
finisca, troppo lieve nella sera
cigola il cuoio a chingia dei fucili.

Venti giorni e se fossi stato
uno di quelli – me ne scampi il cielo –
che il caso chiama a incocciare i passi
di due bestiacce in fuga, non so dire…

cosa di me sarebbe stato? Credo
avrei provato forse più di pena
che di paura, e forse li avrei visti
entrare di nascosto nei capanni

di caccia, chi poteva immaginare
che quella notte cervo, o volpe, o daino
avessero le facce di due stanchi
uomini sporchi spaventati a morte.

Forse la gente che sa la conclusione
avrebbe un po’ di cuore, se non fosse
ch’erano bianchi questi disgraziati.
Ora ai tempi di Ferguson e Charleston

c’è chi fa il tifo dietro la Giustizia.
a modo suo. Io dico solo: un faro
lungo la carreggiata, il bosco, le casette
allineate, gli occhi di Dave Sweat.

C’è Matt che scappa, già si torce il ventre
colpa del cibo raccattato, a male
come l’anima di questi giornalisti
pronti a gioire, amici della forca.

Corri, sfasciati il cuore farabutto
corri, girati, fermo. Non mollare
se un’arma in mano, ultima consegna
del Lupo circondato dai segugi…

Corri, sfasciati, cadi. Rosso e rosso
ancora sugli stinchi ti si torce
l’ultimo tono della tua bandiera.
Si spegne il cielo, e non è più galera.

Resta Dave Sweat, ed eccolo in ginocchio
dente per dente, ora chiude l’occhio
l’ultimo dei borghesi troppo svegli
che li sapeva a spasso lungo i viali.
Resta Dave Sweat. I miei connazionali
festeggiano a miglia e miglia di distanza
per quei balordi, uno freddo al suolo
e l’altro fra i mastini d’ordinanza.

Resta Dave Sweat, ferito grave. Solo
ai miei rasserenati compaesani, voglio
augurare, se posso, un mesto voto:

non so se a un fucile o da che lato
dovrò far fronte, né se decida il fato
del mio respiro estremo penso solo…

attenti che non tocchi prima o poi
che quella canna punti addosso a voi
di voi decida, a sputo di nocciolo:

oppure ai vostri figli, nella caccia
tocchi essere i primi, per conigli
che lupi non ne nascono da gregge…

attenti che non tocchi a voi la morsa
del potere, la sanguinante traccia
lasciata da Dave Sweat e Richiard Matt.

Attenti a quel che toccò loro: prima o poi
non venga forse a ciaschedun di voi
chiedere il bis, chi regola e chi è rege.

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.
Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.

sfida lanciata | Rondolino twittatore

ho appena proposto al sig. Fabrizio Rondolino una maniera per dimostrare che non sa solo twittare minacce di botte a terzi via divise e randelli.

può provare in questi tre giorni, dalle 19:10 di stasera, VE 26 giugno 2015 alle 19:10 di martedì 29 giugno 2015 a venire presso il mio recapito, contattarmi e provare a riempirmi di botte di persona.

perché è facile twittare minacce di botte tramite polizia, ma da uomo a uomo, di persona è altra musica.

e vedremo chi è uomo e chi no. chi ha le pallette e chi no.

tre giorni. provi a menarmi, venga a pestarmi, Rondolino, la invito caldamente. Le do modo di provare quel che dice comodamente dietro un PC. approfitti. le do modo di tentare rivalsa e fogo su di me. non capita tutti i giorni una conversazione fra “gentiluomini” (parlo di certo per me…)

 

tu sei rimasto | una poesia

salvo, più per paranoia che altro, periodicamente le mie foto su FB; tanto quelle fatte da me, quanto quelle fatte da altri che mi ritraggono – e in cui sono ovviamente “taggato”. nel farlo, salvando con nome e cliccando, di fotogramma in fotogramma, non ho solo ripercorso uno spazio di cinque-sei anni, ma ho rivissuta tutta una serie di belle esperienze.

tuttavia, come per caso ai ricordi sempre s’appiccica qualcosa di accidentale, mi è tornata a mente la pallida ombra di un litigio, sul web – credo via FB – con un tipo di cui ricordo solo il sesso (maschio), ma niente più, se non che mi aveva insultato prendendo come fondamento del suo giudizio su di me, proprio una di queste foto, scattata a Padova nel Palazzo della Ragione; una foto in cui mi diverto e, facendo lo stupido, mi prendo poco sul serio spassandomela un mucchio:

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orbene, mi par giusto dedicare a questo interlocutore passeggero e quasi del tutto dimenticato, una bella poesia, fresca fresca, sempre per il gusto e il piacere del gioco. anche e proprio perché di lui non ricordo più un bel niente, se non che ebbe modo di giudicarmi male in base a questa foto. che dire, è proprio buffa, ma anche consolatoria, la maniera con cui certe persone e la loro graziosa irrilevanza, attraversano la nostra splendida vita. mi sembra giusto celebrarle come meritano. sperando che questa persona legga quanto segue e che comunque voi – cari amici – possiate avere qualche risata e vantaggio da questa modesta novella, posto la poesia:

 

Tu sei rimasto

 

Sfoglio su Facebook un pacco di foto:
piccola cronaca del breve moto
che sulla terra in eterno giro
avrò percorso col mio respiro
o perlomeno un tratto ridotto
della mia vita in quattro e quattr’otto.
Di questa storia molto modesta
s’accende un attimo, dopo la sesta
settima immagine, un mio ritratto
in cui mi pregio di fare il matto.
Mi viene dunque subito in mente
un episodio proprio da niente:
una persona che giudicommi
da questa foto, come dei commi
della commedia umana egli fosse,
giudice esperto al colpo di tosse
o ben perito nel valutare
da un solo scatto chi sappia stare
corretto al mondo, probo vivente
e chi non valga meno che niente.

Dedico a questo ormai sconosciuto
una poesiola di qualche minuto
dedico a tanta faccia di bronzo
un meritorio diploma di stronzo.

Di te non ho più ricordo, né presa
né tanto meno sulla contesa
sulla questione che ci contrappose
come le spine contro le rose.
Di te, del nome che avevi, neppure
me ne sovviene fra le mie cure
né qualche indizio o qualche barlume
sulla materia del tuo ciarlume
sulla questione del tuo indignarti
del giudicare, del fare le parti.
Non mi ricordo neppure dove
d’inimicizia ci scambiammo prove:
forse su Facebook o su un portale
dove si litiga nel digitale.
Di te è rimasto – se mai io nol perda –
che sei soltanto un bel tocco di merda.

Di te non conservo neppure una frase
se non che avesti in tanta fase
l’ubbia di avere non so che ridire
sulla materia del mio apparire
sul mio sembiante, sul mio atteggiamento
come ritratto in un solo momento.
Di me ricordo che ho fatto teatro
mi son divertito, nel fosco atro
in cui l’attore ripete le rime
da recitarsi sin dalle prime.
Di me ricordo che ho fatto Kendo
con gente splendida, di poi aggiungendo
che ho migliorato se pure di poco
tutto me stesso, come per gioco.
Di me ricordo migliaia di ore
trascorse liete con il mio amore.
Di te ricordo – né mi risente –
proprio un bel cazzo d’un cazzo niente.
Anzi, mi sbaglio – perdonami! – un’acca
di te è rimasta: che sei una cacca.

Giuro, perdonami, io ce la metto
tutta per mettere sul virgoletto
che m’è rimasto di te nel senno
qualcosa che sia più denso d’un cenno.
Mi sforzo, sbatto, spremo i neuroni
per cavar fuori dalle prigioni
della memoria un secondo d’aria
di quel che fosti, involontaria
polvere muta del mio passare
su questa terra, del rammentare
qualcosa che meriti, un niente sul tutto
per congedarti. Mi pare brutto
avere di te solamente nozione
quale una zotta da competizione.
Giuro, ci provo con tutto l’impegno…

niente, ma niente! Ohimé mi rassegno
come persona di te non resta
che una nozione proprio modesta.
Ti prego scusami, non sono un santo:
ma ti congedo dandoti vanto
e come a Cesare renderti quanto
ti spetta invero, con tutto il pegno
dopo che Lete ha squagliato l’alterco.

In quanto sterco
…hai lasciato il segno.

honour and pride | the flag

We fight for honour, we fight for pride
our flag shall wave forever upon our roofs!

[Combattiamo per l’Onore, combattiamo per orgoglio / la nostra bandiera sventolerà per sempre sui nostri tetti.]

Confederate_Rebel_Flag.svg

Boycott WalMart. Destroy the scum!

[Boicotta Wal Mart. Distruggi la feccia!]

 

ringraziare | risorse, e GTT di Carugate

trattiamo Internet e il Web troppo spesso senza rispetto, come uno sgabuzzino di risorse a costo zero in cui tutto è dovuto e si ha diritto a tutto.

non lo trovo giusto e perlomeno desidero ringraziare dal profondo del cuore chi mette a disposizione centinaia di risorse a costo zero.

 

come fa per esempio il Gruppo Teatro Tempo di Carugate, che mette a disposizione di chi lo contatta semplicemente centinaia di copioni teatrali bell’e pronti editi in Italiano.

un archivio vastissimo e regalato a tutti noi che amiamo il palcoscenico.

il minimo è fargli la dovuta pubblicità e inoltrargli almeno la riconoscenza che spetta loro!

 

Gruppo Teatro Tempo (GTT) di Carugate

http://www.gttempo.it/home.htm

https://www.facebook.com/groups/63097780420/

foto di apertura (dalla pagina Facebook del GTT)

 

professionismo e fatica

non sono tempi felici per la qualità. la bulimia del consumo forza la mano a tutti e “obbliga” alla visibilità compulsiva, al mito della produttività diarroica, al “se non pubblico cento post al mese e non mi vedono su mille retweet, repost, condivisioni e like” non esisto.

questo pone tutta una serie di persone di fronte a scelte ben precise. in pratica obbliga moltissimi a interrogarsi sulla qualità del proprio lavoro. ciò vale non solo per chi si diletta amatorialmente consapevole dei propri enormi limiti, ma pure chi lavora da professionista o chi si sforza, pur non lavorando come professionista al momento nel settore, di mantenere gli standard del professionismo anche nella passione puramente personale. in questo ultimo caso non ci si guadagna nulla ma si lavora e ci si impegna come se si fosse pagati, o si produce e tiene in vita qualcosa per puro interesse, spinta etica, divertimento, senza scopo di lucro.

il professionismo è fatica. la qualità molto di più.

sembrerebbero banalità, ma non lo sono affatto quando il recente quotidiano ti porta a scontrarti con esempi di vario genere, con persone le quali, pur con tutte le attenuanti del caso, sembrano esempi pratici e concreti di atteggiamenti che non fanno bene alla professione. siccome si impara sempre qualcosa di utile e siccome credo nella critica delle idee, dei prodotti, dei risultati ottenuti, e non delle persone, non farò nomi, ma enuncerò alcune massime che forse potranno essere utili:

1. la critica argomentata ti fa crescere come professionista, prendertela e gridare “alla diffamazione” non è professionismo

all’estero – lo so per esperienza – non è che non ci si scanni; se c’è in ballo il danaro e il lavoro ci si scanna, ci si scanna, ma almeno nelle primissime iniziali interazioni, le critiche sono quasi sempre accolte con un: “I am sorry, maybe you’re right. How can we improve what we are doing?” tradotto: Mi spiace, forse hai ragione a criticare il mio lavoro. Come possiamo migliorarlo insieme? questa è la differenza tra l’ego dei professionisti italiani e l’ego di quelli stranieri. all’estero si cerca di arrivare a una soluzione, non alla ritorsione alla critica. chi risponde subito anche alla critica più dura, “Ma tu mi diffami/insulti/offendi/aggredisci”… non è considerato un professionista serio. il problema è che da noi il 90% delle prime repliche a una critica è di questo tipo.

“I am sorry, maybe you’re right. Thanks for the tips. How can we improve what we are doing?”

PRIMA MI SCUSO, POI TI RINGRAZIO, POI SI DISCUTE

2. prendersela con i propri strumenti tecnici non è professionismo

rispondere a un appunto, osservazione, critica sulla qualità del proprio lavoro con scuse del tipo: “Lo so che non si fa così ma X è fatto in modo tale che…” e per X ci mettete: attrezzatura, macchina fotografica, software, hardware, circostanze lavorative, ambientali o cos’altro, equivale a dire: “Mi faccio chiamare professionista ma sono lo schiavo dei miei strumenti, non il padrone.” lo stesso quando si dà la colpa per imprecisioni, fuorvianze, malintesi, ai siti/strumenti di comunicazione che utilizziamo. se non siamo in grado di far fare a ciò che usiamo quello che vogliamo, o impariamo a farlo, o cambiamo attrezzo. non ci sono scuse. lo stesso vale con le scuse di natura personale: “Ero stanco”, “Ma tu hai idea in che condizioni ho lavorato…”, “Il programma funziona così…” “Sì ma ero nei casini allora…” per parlare se ne può parlare, dopo e con calma, ma un professionista all’inizio, e anche magari prima di iniziare a lavorare, sa valutare le circostanze, prevenire le critiche o i punti deboli, e talvolta deve dire no a certe condizioni piuttosto che fare un pessimo lavoro.

“Help, my tools are using me!”

AIUTO, NON SO GESTIRE E CONTROLLARE I MIEI STRUMENTI

3. essere poco consapevoli fa male al tuo lavoro e non è professionismo

la terza questione riguarda la consapevolezza della natura delle cose e dei nomi con cui chiamiamo le cose. per esempio, una tesi è un lavoro scientifico. senza se e senza ma. quindi va redatta secondo precisi e minimi standard di qualità. che iniziano da una precisione formale ben nitida che non può essere evitata. dire “Si ma il mio lavoro era solo ‘qualcosa di meno importante’, o peggio… non ti salva da una brutta figura, ma dimostra che tu per primo come professionista, o aspirante tale, non credi nel tuo lavoro. e se non ci credi tu per primo, cercandogli patetiche scappatoie e sminuendolo, come pensi che agirà una clientela che deve decidere tutto in cinque minuti? essere orgogliosi e prendersi la responsabilità di quel che si fa costa fatica, tempo, sacrificio, ma fa la differenza tra il professionista e chi non lo è affatto. e come si fa a essere ragionevolmente sicuri del proprio lavoro? spendendoci molto tempo e fatica, e essere più che pignoli, specialmente quando si cerca di emergere. il tuo lavoro è prezioso, inizia tu a essere severo, esigente con te stesso e lo diventerà per forza.

“You Konw Nothing, John Snow”

SAI ‘NA SEGA TE, JOHN SNOW!

OK l’ultima me l’avete servita su un piatto d’argento!

Siccome sbagliamo tutti, ma si sbaglia da professionisti (Conte docet) ringrazio una certa persona di avermi fatto notare due errori di sillabazione su 90 pagine di rivista impaginata da me anni fa. Grazie, me ne scuso ero giovane e coglione e emendo più che volentieri.

demotivazione II – la replica dell’interessato

circa otto ore fa in data corrente giorno 19 giugno  mi è pervenuta un’email a firma di Pasquale RUSSO, che si firma anche con lo pseudonimo Lino RUSSO, che si è qualificato come autore di un lavoro pubblicato sul Web che è stato così commentato da me in data 09 giugno 2015.

a prescindere dalle valutazioni dell’autore sulla mia opinione e recensione – di certo mi limito qui a respingere l’ipotesi testé avanzatami di intento diffamatorio o di aver scritto un “articolo diffamatorio” come mi è stato scritto – sono naturalmente disponibile a aggiungere le rettifiche dello stesso e un’eventuale replica e commento:

 

Lino RUSSO quindi non è un editore ma lo pseudonimo dell’autore.

– la tesi non è in fase di stampa;

 

LE MIE OSSERVAZIONI

respingo tuttavia l’accusa di aver “immaginato”, visto che su ISSUU lo screenshot qualifica ancora oggi LINO RUSSO come “Editore”, io ho solo copiato nel mio post quanto emerge chiaramente dai credits di ISSUU.

editore lino russo

se i credits su ISSUU sono fuorvianti, mi limito a dare conto della rettifica come è giusto, ma non a prendermi la responsabilità per informazioni fuorvianti o sbagliate, pubblicate (dall’autore?) sul sito ISSUU in cui egli stesso figura tuttora come “editore”; invito quindi l’autore a correggerle per ovvio dovere di chiarezza e per evitare futuri fraintendimenti.

l’autore sostiene che la Tesi non è stata pubblicata.

io smentisco tuttora, dato che su ISSUU figura come tale. non sarà pubblicata da un editore con casa editrice e relativa impresa, ma è pubblicata e pubblicamente consultabile come testo elettronico su un portale di autopubblicazione da un autore a cui a tutt’oggi è palesemente attribuita la qualifica di “editore”.

SE Lino RUSSO / aka Pasquale RUSSO non è un editore, la sua denominazione su ISSUU è sbagliata, io non ne sono responsabile e quindi invito l’autore a correggere quanto afferma su ISSUU; la tesi pertanto non risulta stampata ma è (auto)pubblicata su un portale di autoeditoria da un autore che non si sa perché figura ivi come “editore”, non essendolo per sua medesima ammissione e rettifica via email al sottoscritto.

sono quindi disponibile a correggere/precisare come risulta quanto da me in precedenza pubblicato, limitatamente alle informazioni oggi pervenutemi e limitatamente a questi punti:

a. – Lino RUSSO quindi non è un editore, ma lo pseudonimo dell’autore

[nota mia: anche se figura ancora come “editore” su ISSUU].

b. – la tesi non è in fase di stampa;

ho aggiunto le dovute e legittime rettifiche alle parti anche sul post originario, ma ovviamente mantengo il resto della mia valutazione. ho allegato nota al mio articolo originario.

 

 

anarchia, Guccini e merda di gatto

ecco che la stampa del copiaincolla sforna e convalida l’ennesima balla a uso dei cretini:

Guccini anarchico

onestamente, Guccini poeta? forse. le sue canzoni di certo mostrano un uso gradevole del verso e della rima, e detto tra noi, il panorama della canzone e vera poesia soffre così tanto che Guccini può anche esere considerato un nome in tal senso e con un certo, palpabile, merito.

Guccini contestatore? sicuro.

Guccini anarchico no. manco per il cazzo.

Perché un anarchico non prende da nessuno stato nessuna onoreficenza e medaglietta, invece Guccini risulta “Ufficiale all’Ordine del Merito della Repubblica Italiana” e le repubbliche, proprio in quanto “Stati”, esattamente come i comunismi, i fascismi, le dittature, gli anarchici veri e spesso anche i rivoluzionari autentici sicuramente li sbattono in galera, o li buttano dalle finestre.

dirsi “anarchico” e accettare un’onoreficenza da una qualsiasi forma di stato e istituzione di potere è tanto coerente e vero quanto farsi chiamare “partigiano” e girare con la svastica al braccio.

se cercate cantautori anarchici, meglio provare qui.

sul rivoluzionario posso ammettere qualche riserva di merito – del resto, Guccini escluso, non sono stati neppure pochi gli stalinisti o i nazisti che pensavano di mettere in pratica una “rivoluzione” a loro modo. tecnicamente va ammesso che rivoluzione significa “rovesciamento di un ordine politico e sociale” e non necessariamente “qualcosa di sinistra”. figurarsi Guccini che è tranquillamente libertario e di sinistra, a buon diritto. a Cesare quel che è di Cesare, a Guccini quel che è di Guccini.

“Anarchia” e “Anarchismo” però sono termini ben precisi che non ammettono sgarri.

ripeto: non è anarchico né può dirsi tale chiunque si fregi di onoreficenze emesse da uno Stato, quale che sia la sua natura. lo sanno i bambini che l’Anarchia rifiuta ogni potere, incluso quello statale…

a Guccini posso fare pure tanti auguri e complimenti, secondo me è un “buon cantautore e un valido artista”, chi sa se rivoluzionario, ma anarchico non è, manco per il cazzo.

parlando di anarchia in effetti, persino la merda dei miei gatti è in tal senso mille volte più coerente: se non altro a lei lo Stato italiano o no mai si sognerebbe di conferirle onoreficenze! gli stronzolicchi nelle mie lettiere non cantano “la bomba proletaria” e non intascano medaglie. un curriculum, anarchisticamente parlando s’intenda, migliore di certi cantautori osannati a colpi di luoghi comuni.

Alessandro Morricella | una poesia

per l’operaio morto sotto un getto di ghisa all’ILVA di Taranto, salvata dai decreti del governo e mai messa in regola.

Alessandro Morricella

L’azzurro dei tuoi occhi
non lo vedremo più, forse
smarrito tra nuvole, vapori
d’altoforno, nel ritorno
del mare appesantito
dietro le ciminiere
come un segnale morse
lungo. Un incensiere
di foschia, capannoni
incattiviti dal vuoto
avvertirà chi resta?
Dei buoni
sul tuo volto, l’aspetto
nasconde l’aspro amaro
saluto: come un ragazzo
che si tuffi a nuoto
giù dove vorrebbe
nascondere una pena
un dolore di ghisa
un combusto rancore.