treccani… i soliti tre gatti | l’intellighentzia che se la canta e se la suona

il re raccomanda

[in miniatura: il Re raccomanda “a suo cuggino” come suonatore d’eccelenza nel mondo dei menestrelli web!]

ennesima sorpresa-non-sorpresa di quest’Italietta “meritocratica” in cui non solo i figli di papà spiccano, abbiamo nientepopodimenoche il Premio Treccani Web, fanfare, prego!

una vetrina dell’eccellenza dei contenuti web, che – lo si afferma per giunta senza il minimo pudore -:

seleziona giorno per giorno le eccellenze tra i contenuti audio, video, grafici e testuali italiani e in lingua italiana che ogni anno pubblicati nel web. I premi vengono scelti su base giornaliera, settimanale e mensile, dando loro una votazione da 0 a 10 in base all’affidabilità, l’innovazione e lo stile. Hai un contenuto che pensi essere adatto al Premio Treccani Web?

peccato che per esempio, oggi 30 novembre 2015, salti fuori che uno dei pezzi “premiati” da cotanto sforzo dell‘intelligenza della rete sia un pezzo di Silvia RONCHEY, indovinate chi? Ma va! La figlia di Alberto Ronchey ex ministro della cultura caro ai Governi Amato e Ciampi! con un pezzo francamente non certo migliore della metà dei contenuti soprendenti offerto da tantissimo blogger autorevoli documentati e capaci di analisi anche approfondite, per esempio Miguel Martinez Ball, per dirne uno…

ma pensa un po’ che volti nuovi e assolutamente scelti fra chi meritava di spiccare almeno una volta come una faccia inedita. e invece? eccoci qui a premiare i soliti TREGGATTI, gli “amici degli amici” e i “parenti degli amici”, fra un salottino bene e l’altro. forza, qualche blogger innovativo è per caso parente di qualche ex-ministro, qualcuno che conta? dai ragazzi, mostrate che il web in Italia significa vera meritocrazia!

 

non con la mia complicità

non posso che rifare mie, sottoscrivere appieno e con la speranza di non cedere mai, le parole dette dal camerata Franco Giorgio Freda alla redazione di “Kulturkampf”:

«Comprendo la vostra prospettiva, che è quella dei filosofi – e, mi auguro per voi, anche dei sofoi. Sono certo che voi comprenderete la prospettiva che assumo io, che è quella del miliziano. I tempi in cui è stata scritta la Disintegrazione erano tali per cui bastava una spallata energica e sarebbe crollato il castello di illusioni in cui ci troviamo imprigionati. Il fermento c’era. È mancata la sincerità, e da destra e da sinistra. È mancato il coraggio. Mancò la fortuna? Sì, si imboscò anche lei. E adesso lo vediamo il risultato: il marcio che è andato in metastasi, mentre continua il blablabla morale con cui i vigliacchi cercano di coprire la loro eterna vigliaccheria. Ma noi possiamo permetterci di dire che di chi ha costruito questo paesaggio (come, d’altronde, del pasticciaccio multietnico) non siamo complici.» Franco Giorgio Freda

 

Una Stanza a Parigi – due sestine liriche

tettidiparigi

[immagine: cover dello splendido libro di acquerelli dei tetti parigini di Fabrice Moireau con poesie di Carl Norac]

Pubblico qui due sestine liriche composte una dal sottoscritto, una dalla professoressa Ambra Paciscopi, nate anche queste per vincere la noia dell’ordinario. a titolo di precisazione la sestina lirica è una delle più impegnative e meno utilizzate forme metriche classiche della poesia, sperimentate solo da pochi e selezionatissini nomi della poesia italiana; cito da Treccani.it (Enciclopedia della Lingua italiana):

Merita di essere trattata a parte perché, nell’adeguarsi alle norme compositive della canzone antica, obbedisce a regole vieppiù restrittive, che ne fanno il genere lirico tecnicamente più complesso della tradizione italiana. Introdotta da ➔ Dante (“Al poco giorno e al gran cerchio d’ombra”, Rime CI; cfr. Baldelli 1976) sulla scorta del trovatore provenzale Arnaut Daniel, fu assai praticata da ➔ Petrarca, che ne compose e raccolse nove nei Rerum vulgarium fragmenta (XXII, XXX, LXVI, LXXX, CXXXXII, CCXIV, CCXXXVII, CCXXXIX, CCCXXXII). La presenza non occasionale della sestina nel Canzoniere ne fece un metro lirico imitato, in particolare dai petrarchisti, nel Quattro-Cinquecento (se ne incontrano anche in ➔ Leon Battista Alberti, nell’Arcadia di Iacopo Sannazaro, negli Asolani di ➔ Pietro Bembo).

Il virtuosismo tecnico della sestina lirica ha attirato non soltanto poeti ‘archeologi’ quali ➔ Giosuè Carducci e ➔ Gabriele D’Annunzio, ma anche autori del Novecento come Giuseppe Ungaretti e Franco Fortini. Si cita la prima stanza del “Recitativo di Palinuro”, dalla raccolta Terra promessa di Ungaretti:

Per l’uragano all’apice di furia
Vicino non intesi farsi il sonno;
Olio fu dilagante a smanie d’onde,
Aperto campo a libertà di pace,
Di effusione infinita il finto emblema
Dalla nuca prostrandomi mortale.

qui di seguito i nostri tentativi.

Ambra PACISCOPI – “Una Stanza a Parigi”, sestina lirica

Solo l’autunno sovrasta la sera
Scorre  la Senna spazzata di vento
Ulula l’onda e si gonfia lenta
Guarda  la donna e lamenta sua pena
Che dalla pièce s’adagia sul ramo
Dove usignolo combatte suo volo

Svetta pensiero e si libra in volo
Nella penombra indaga la sera
Fiocchi di neve silenti sul ramo
Cadono grevi spazzati di vento
Piano s’adagia nel cuore la pena
Amore sale di voce sua lenta

S’infiamma l’anima e si volge lenta
Della passione rilascia suo volo
Fino all’estremo non si placa pena
Dell’universo che gira alla sera
Solo in battaglia resta dunque vento
Che strazia l’animo picchiando sul  ramo

Carico  di scienza cultura è ramo
Nella cité che or sonnecchia lenta
Con voce antica canzon porta vento
Delle parole emozion spicca volo
Che nel riflesso opaco di sera
Parigi guarda con ardente pena

Rude  sconvolge amore  sua pena
Pazienza chiede ancora a quel ramo
Ombra, oscurità nascente di sera
S’adagia all’anima che muore lenta
Nell’azzardata passione d’un volo
Spazza passione in folata di vento

Respira forte l’odore del vento
Guarisce l’anima da dura pena
Nella crescente rincorsa di un volo
S’aggancia pensiero a sottile ramo
Montparnasse innalza l’anima lenta
Forza d’ardore mai ceda alla sera

Cedendo alla sera Senna suo ramo
Lenta nasconde fugace sua pena
Sperde nel vento parole sue  in volo

Furio DETTI – “Una Stanza a Parigi”, sestina lirica

Visti dal cielo, grani sparsi, ardesia.
Quanti piccioni d’oro – le legioni
Romane perse dentro folta selva:
Le loro insegne beccano sui tetti
I brividi indecisi delle coppie:
Una pastura fradicia di giunchi.

La rabbia da banlieue: fra strani giunchi
– Le dita delle mani – gli occhi ardesia
Riflettono manette, sempre a coppie
Come bracci di croci per legioni
Cacciano Spartaco al parkour sui tetti
C’è Coligny che cade in questa selva.

D’una mansarda farai tana. Selva
Secca il parquet sui piedi scalzi, giunchi
Miti i tuoi passi, crepitar di tetti
Serpente sopra l’Opéra, d’ardesia
Soprani e chanteuses tentan legioni
Di demoni su Notre-Dame, ah coppie!

Città ubriaca, sfascerai tu, coppie
E cazzi d’Abelardi appesi in selva.
Piange Pigalle – veneree le legioni
Che son passate per le cosce-giunchi
Delle ragazze dalle vesti ardesia:
Salutano gli Inglesi, giù dai tetti

Le svastiche, la guerra. Sui tuoi tetti
Hai fiori per profumi, vecchie coppie
Di ninnoli, Parigi. Senza ardesia
Né mura resta la Bastille. Per selva
Contra quei veltri, cela fra i suoi giunchi
L’argot la voce, povere legioni

Di Miserabili. Non ha legioni
D’Onore sparpagliate sotto ai tetti
Del fiordaliso sopra i santi giunchi
Delle pulzelle morte, tibie a coppie
In catacombe rami e morta selva
Muta la Senna, un rettile d’ardesia.

Parigi, tu: legione, pietra, ardesia
Labirinto di tetti, e guglie-giunchi
Crocefissi, coppie di bestie, selva.

di formazione, Ashram e cani

“Non mi lagno di nessuno, non ce l’ho con nessuno. Mi dolgo di questa società che priva gli uomini della loro umanità, che rende sconosciuti i fratelli e nemici gli amici. Mi dolgo di una cultura che onora i morti e disprezza i vivi, che vede nell’affetto una debolezza e nell’umiltà una mancanza. Mai potrei vivere in una simile società, mai potrei starci in pace. Per questo me ne vado. Lontano.”

dal film PYAASA (1957) di Guru Dutt

 

Poteva essere un bel corso. Due giorni per conoscere più a fondo l’Induismo e formarsi come docente. Poteva essere un’ottima occasione per fermarsi a riflettere sul senso del nostro esistere e lo è stata – purtroppo non nel senso che sperassi. Poteva essere e non è stato, perché al Gitananda Ashram di Altare – (Savona) – hanno praticamente “sbattuto le porte in faccia” al vostro umilissimo con una non-accoglienza da manuale.

I fatti: mi iscrivo con tempestività a un corso che mi interessava molto e che mi consentiva anche di approfondire alcuni temi trattati durante le lezioni; comunico per tempo via e-mail e anche se un imprevisto mi ha impedito di recarmi il giorno prima al tempio, come pianificato, avverto con eguale tempestività e mi metto comunque in viaggio alle 5 del mattino, in auto, da Bientina a Altare per arrivare con tutta la calma sul posto e iniziare il corso, il giorno 28/11/15.

Via email mi erano state date delle indicazioni molto precise, ma incomplete. Precise quanto a raggiungere la sterrata di 2 km nel bosco che porta al tempio, ma del tutto incomplete e inadeguate a capire quale sentiero imboccare con l’auto. Solo un cartello a uno dei sei bivi nel bosco segnava la direzione. Imbocco con fiducia uno dei rami della sterrata – estremamente stretta – e finisco in quello che apparentemente è un vicolo cieco: un dosso, con una salita chiusa da tronchi e rami appositamente messi di traverso; e una ripida e ancor più stretta discesa con un cartello di “strada chiusa”. Nessuna indicazione. Ritengo di aver imboccato la strada sbagliata. Per timore di non poter più manovrare l’auto approfitto della piazzola nel dosso per fare dietrofront e tornare all’imbocco strada. Da lì avrei chiamato il Tempio e avrei chiesto lumi.

Telefono, trovo occupato. Richiamo. Mi rispondono. Dico loro che ho lasciato la macchina più o meno all’imbocco e che mi sto dirigendo a piedi per capire dove infilarmi. Mi dicono niente di più di quel che sapessi e non riescono a fornire maggiore aiuto o dettagli. Mi dicono che il monastero era lontano 2 km e che – se ero a piedi – avrei dovuto chiedere un passaggio alle auto che salivano, se ne avessi incontrate.

Beh, poco male, mancava un’ora buona all’inizio delle attività. Bene o male, a piedi o grazie a qualcuno più informato di me e automunito avrei potuto comunque esserci e puntualissimo. Passano diverse auto, una o due vuote, faccio segno di fermarsi, nessuna si ferma; infine si ferma un signore con bambina, che non sta andando all’Ashram. Poco prima del punto in cui mi ero arreso, mi affianca un’auto, prosegue e scollina, mi affaccio anche io e finalmente raggiungo i cancelli del tempio. Era proprio oltre quel dosso non segnalato. Beh, la noia di tornare più tardi all’auto a prendere le mie cose, ma alle 10:10 c’era ben tempo di rispettare l’appuntamento. Citofono. Questo il dialogo:

 

  • Chi è?
  • Sono per il corso di Induismo, ho telefonato mezz’oretta fa…
  • Chi è?
  • Sono qui per il corso.
  • Come si chiama?
  • Detti.
  • Nome? [eh si, chi sa mai quanti Detti si trovassero al cancello di un tempio indù perso nei boschi del Savonese, un sabato mattina! Potevano sorgere equivoci… probabilmente dentro era già arrivata una decina di miei omonimi pronti a contendersi il posto in aula e per pernottare…]
  • Furio.
  • Entri con l’auto. Le apro.
  • Sono a piedi. Le ho telefonato mezz’ora fa, ricorda? Non trovavo la strada.
  • [tono risentito, chiaramente seccato] Eh, ma chi le ha detto di venire a piedi? Non può mica entrare così, questo è un allevamento di cani, e sono liberi in giro, deve essere in auto per passare.
  • Beh se potesse aprirmi e farmi strada… le ho detto che ho fatto tutto il sentiero a piedi.
  • No, riprenda l’auto e si presenti al cancello.

Ora, non ci vuole molto a capire quanto segue: non dico da un tempio, che esponeva dei cartelli così “illuminati” e esortazioni alla spiritualità, ma da una qualunque persona, una simile accoglienza? Al di fuori di ogni minima regola civile. Mancavano venti minuti al corso, che cosa impediva a questi signori di farmi strada dal cancello al tempio per giungere in orario? Dopo 5 ore di viaggio e la fatica di rintracciare il posto del tutto mal indicato sul sentiero (un solo cartello a metà del cammino, e diversi snodi per indovinare…).

Dietro front e mi incammino. Dopo un po’ arriva un’altra auto, zeppa di docenti. Perplessi anche loro. Ovviamente non può imbarcarmi, ma chiede la strada. Le indico la via, dico che basta scollinare e che mi ero un po’ “perso” per le stesse ragioni. Poi riprendo. Per fortuna non ho dovuto chiedere un permesso a scuola per tutto questo, essendomi organizzato in modo da scambiare l’orario con una collega che aveva altre necessità. Torno alla mia auto. Richiamo per chiedere se – gentilmente, non ci speravo più – ma se almeno al mio arrivo potessero almeno permettermi di cambiarmi e darmi una rinfrescata minima per essere prima possibile presente alle attività, comunque iniziate.

Niente. Telefono letteralmente staccato.

Ora, io non avrò la pazienza di un Yogi, o di un Sadhu, lo ammetto, se no avrei fatto il Sadhu; ma non ho sentito più ragioni. Non sapevo che un pellegrino indù o un frequentante corsi dovesse essere per forza automunito per entrare (come allo zoosafari, avete presente?), non immaginavo che si potesse essere così inospitali e mi chiedo, è sicura una struttura del genere? Naturalmente nel materiale indicato non era spiegato chiaramente che l’accesso alla struttura era possibile solo in automobile (soli o accompagnati). Se poi staccano anche il telefono? Ha senso un’organizzazione di questo tipo?

Ho svoltato l’auto e sono rientrato a casa: autostrada e sei-sette ore di viaggio andate a vuoto. Fortuna che, ripeto, è successo senza oneri per la mia scuola o permessi.

Credo però che il Miur e la scuola italiana dovrebbero pensarci bene prima di accreditare corsi presso realtà che sembrano piuttosto improvvisati Ashram con allevamenti/canili, o viceversa, in cui è obbligatorio per la propria sicurezza presentarsi dentro a un automezzo. E in cui l’accoglienza e l’organizzazione sono di tal calibro.

Se questo è stato l’inizio… Credo proprio che racconterò questa piccola storia e che segnalerò la cosa all’Unione Induista Italiana, al Miur e al mio Dirigente scolastico. Peccato; mi ricorderò di questa esperienza quando penserò all’Otto per mille, o dovrò organizzare progetti/attività presso il mio istituto e farò a chi merita la pubblicità che merita.

Peccato; ma si imparano tante cose sugli uomini, sullo spirito e sull’accoglienza anche camminando a vuoto in un bosco.

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AGGIORNAMENTO Una telefonata

Proprio due minuti fa (sono le 21:55 del 28/11) mi raggiunge telefonicamente a casa la responsabile dell’Ashram, dopo il mio invio di questa breve storia alla Segreteria dell’Unione Induista Italiana. Per diritto di cronaca, prendo atto delle precisazioni, delle scuse, del chiarimento e ringrazio anche costei, ma trovo ancora un po’ tirata per i capelli la spiegazione della cosa come “malinteso” con chi ha risposto al citofono: se qualcuno ti suona al campanello – oltretutto quando è invitato e previsto – non c’è malinteso che tenga: si apre, lo si accoglie e poi si sistema quel che c’è da sistemare. Semplicemente. Ribadisco pure che il telefono era staccato e che sì, i colleghi mi hanno visto in giro per il bosco…

rispetto di sé | biancheria e bandiere

ironia involontaria

 

Distinguer tra caste di genti diverse
e avere rispetto di sé.
La mescolanza è il delitto più grande che c’è.
Antica Tradizione – “Arjuna”

che un anarchico se ne fotta del patriottismo è naturale, scontato, va da sé. questa mia riflessione, naturalmente, non è per gli anarchici.

ma che l’Occidente, i suoi giornali, le istituzioni rappresentino il lutto per 130 morti di terrorismo e la bandiera francese come biancheria colorata, come reggitette, dà l’esatta misura del rispetto che meritiamo dal mondo, terroristi inclusi. la bandiera-mutanda. lo stendardo-culotte.

un’immagine così parla più di mille trattati di politica, geopolitica e cultura. un’immagine così è l’esatta descrizione di un occidente colliquato, dissolto, marcio. è un autoscatto impietoso delle condizioni in cui siamo ridotti. una civiltà che si autorappresenta così, per giunta dopo essere stata ferita simbolicamente al cuore, non la rispetterebbe un qualsiasi cazzone straniero, figuratevi un terrorista, che ci odia come pochi.

gli Antica Tradizione cantavano parole oggi profetiche, precise, vere.

vere come è vero questo tricolore repubblicano. la Francia di Hollande. l’Occidente che ci meritiamo.

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qui un anarchiste il s’en fout de le patriotisme c’est naturel, bien sûr. ma réflexion, ne est pas pour les anarchistes.

mais que l’Occident, ses journaux, ses institutions représentent le deuil pour 130 victimes du terreur, et le drapeau français comme soutien-gorges, comme lingerie, c’est la mesure exacte du respect que nous méritons du monde, terroristes compris (qui nous haïssent). le drapeau-slips. le drapeau-culotte.

cette image vaut mille traités sur la politique, la géopolitique et de la culture. cette image est une description exacte d’un Ouest putride, dissous, pourri. un autoportrait cruel, impitoyable de les conditions dans lequels nous sommes réduits. quelques-uns con d’étranger ne respecterait une civilisation qui elle-même représente ça après avoir été symboliquement frappé, imaginez un terroriste.

le group Antica Tradizione chanté des paroles prophétiques: aujourd’hui exacts, véridiques.

vrai comme il est vrai cette “drapeu” de la Republique. c’est la France de Hollande. l’Occident que nous méritons


 

di bestie e dèi | περί ζῷον, περί θεων

«Chi è incapace di vivere in società, o non ne ha bisogno perché è sufficiente a sé stesso, deve essere o una bestia o un dio.» Aristotele, filosofo greco (384-322 a.C)

…e in entrambi i casi è inifinitamente migliore dell’essere umano. (Furio Detti, filosofo italiano, 1972-? d.C.)

odio e realismo | flop

notizie come questa mi fanno solo godere.

godere godere godere

Doveva essere la grande manifestazione dell’Islam moderato italiano, invece è stato un flop totale. Ieri pomeriggio – nel sabato in cui la salma di Valeria Solesin, la ricercatrice 28enne morta nei massacri di Parigi, è tornata a Venezia – a Roma piazza Santi Apostoli era vuota. Escludendo fotografi e giornalisti, accorsi numerosi, alla manifestazione “Not in my name”, indetta per prendere le distanze dal terrorismo, hanno partecipato all’evento poco meno di 400 persone. [Il Tempo.it]

perché quando fai il politico da anni e da anni sfasci all’estero e nel mondo la convivenza civile, la pace, l’equilibrio, la politica vera in nome del denaro e in nome del denaro fai solo i cazzi dei grandi capitalisti che lucrano sulla guerra totale, quando bombardi senza moderazione, rapini senza moderazione, aggredisci senza moderazione…

nopntisicaga

non è che così a comando la gente alla fine ti creda e scenda in piazza perché reciti la lurida manfrina ipocrita della “moderazione”. chi per odio (forse pochi, ma non ci giurerei…) e chi per realismo (probabilmente molti) – e chi perché si sente bellamente preso per il culo – o chi semplicemente perché è impegnato a sopravvivere grazie alle tue politiche da politico, ovviamente non si è presentato in piazza. un flop. come stupirsene?

l’odio e il realismo a volte sono strumenti che si ribellano ai potenti.

 

 

sciacalli e coglioni

leggo di una vittima e dell’orrida tragedia in cui questa ragazza è stata gettata dal caso e da precise causalità e responsabilità.

e provo solo schifo. quattro volte schifo.

schifo perché il caso ha deciso che un “andiamo al concerto” è stato per lei come per altri l’inizio della fine. e nessuno dovrebbe finire in questa orrida lotteria. e qui finisce il caso…

schifo perché qualcuno ha avuto la sua quota di responsabilità nello sparare a caso fra la folla.

schifo perché la ben più grave e assia più estesa responsabilità della politica estera dell’Occidente ha causato le prime due schifezze, devastando il Medio oriente (Iraq, Afganistan, Libia, Siria) aggredendo paesi sovrani e illudendosi che fomentare a comando fanatici e assassini fosse un gioco senza conseguenze.

schifo perché i politicanti da noi fanno sciacallaggio su un corpo tributandogli onori non dovuti, che sono di per sé uno stratagemma ipocrita, un insulto e un metodo vile per salvarsi la coscienza dalla responsabilità di cui sopra. non c’è nessun onore nel finire nel tritacarne impazzito creato dalle politiche occidentali e di alcuni sceicchi. e chi utilizza questo corpo straziato per fomentare la politica e le sue guerre è solo un laido sciacallo senza onore.

sciacalli, sciacalli, sciacalli, iene col beneplacito di troppi coglioni, coglioni, coglioni

la peggior profezia | supergalera

Cediamo tranquilli e beati una “parte della nostra libertà”, che poi sarebbero i nostri tanto decantati “valori”, quelli che ci distinguono dai fanatici invasati che invocano “dio”. Poi, però, affolliamo le città, le piazze, gli stadi e quant’altro dietro a un signore tanto buono e bravo che parla di pace e ci dice che “compiere atti inumani in nome di dio è una bestemmia”, quando l’istituzione di cui è a capo lo ha fatto per millenni. I nostri unici “valori” sono, attualmente, quelli di chinare sempre il capo e di cacarci addosso. Non solo davanti agli “jihadisti”, ma anche e soprattutto davanti al potere. Il quale potrà fare tranquillamente, come sempre, la sua guerra e il suo denaro. E, contrariamente a quanto si dice, non siamo affatto “agli inizi”. Le cose sono già iniziate da tempo, ma dovevamo accalcarci alle sei di mattina davanti all’ “Apple Store” per comprare l’ultimo modello dell’iPod, dell’ iPad, dell’iPhone, dell’iWar.
RV dell’Asocial Network

la domanda è che dovremmo farcene di un superstato che ricalca le peggiori caratteristiche del così tanto esecrato “stato nazionale”, anzi, peggio? basta un pretesto risibile per spingere i nostri governanti a creare un superstato di polizia come la vecchia URSS. schedature di massa – a partire da chi viaggia, libero cittadino (si fa per dire) – in aereo (ma vedrete, che ci prenderanno il vizio a schedarci, le banche e tutti questi maiali al potere!)

insomma, se questo superstato deve comportarsi in maniera tirannica e squallida, ci costava molto meno e era assi più desiderabile la piccola tirannide degli Stati nazionali, che almeno erano teoricamente più controllabili da parte dell’uomo della strada. una superdittatura, un super regime. questa è l’UE che hanno sempre sognato i signori dell’usura. un mondo la cui realtà quotidiana somiglia a qualcosa che persino i bambini conoscono, ma più grande, enorme, continentale. una galera che puzzerà sempre di più e non solo metaforicamente. la peggior profezia degli antieuropeisti (il sottoscritto lo era dagli anni Novanta) si è avverata!

Tocca ripetersi, e ricordare che in “Occidente” si gode di tante e tali libertà che è sufficiente alzare un po’ la voce al pallonaio per vedersela con la polizia politica, dal momento che gli unici comportamenti non sanzionati (e neppure in tutti i casi) sono soltanto quelli di consumo, con un coro intonato di gazzettieri ad approvare con sistematicità ogni inasprimento di leggi e di pene.

INSCO (Io non Sto Con Oriana – l’autore del blog omonimo)

e noi come cretini, per un pugno di morti a Parigi ci facciamo scippare tutte le libertà. almeno questa unione cambiasse bandiera, un colore più adatto alla sua vera natura. personalmente sono felice di non dover più prendere un aereo. per essere trattato poi come un criminale e per giunta dai prepotentelli farabutti che ci governano!

Francia, ti prego, bombarda il Brasile | Republique Française, Je te prie, bombarde Brésil!

sto guardando “Cowspiracy”, documentario sulla produzione di metano e sul surriscaldamento globale. info qui.

bene. tra le decine di questioni serissime che dovremmo assolutamente affrontare, c’è anche questa. lo giuro, è solo una inezia, comincio con le cose facili.

fatto: oltre 1100 attivisti sono stati uccisi in Brasile negli ultimi 20 anni perché denunciavano la deforestazione dell’Amazzonia

fanno quasi 60 morti ammazzati all’anno. non sono i 180 per cui milioni di pecor… persone diversamente libere hanno impestato FB e ogni social con bandierine tricolori e torri eiffel-sgorbio, ma, perdio, è come se i jihadisti ogni anno, a scadenza fissa, ne ammazzassero la metà, da qui a 20 anni di fila senza che nessuno si sposti l’uccello dalla destra alla sinistra del pacco dei pantaloni. cosa che è peraltro effettivamente successa per un ventennio.

allora, scusa, popolo e Repubblica Francese, mi sa che i vostri Jet stanno sbagliando strada.

funesbrasil

l’ISIS non è il problema, a confronto di questa roba (e “Cowspiracy” è una miniera di sconvolgenti denunce), sono una banda dedita alle “zingarate” stile Amici Miei.

Francia, ti prego, se hai il senso della logica e dell’urgenza, bombarda il Brasile.

boutade

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Je vue, maintenant,”Cowspiracy”, un documentaire sur la production de méthane et le réchauffement climatique. d’infos ici.

bien.

parmi les dizaines de questions très graves que nous devons absolument faire face, je vous jure, il’ya juste une petite chose. je commence par les choses faciles.

fait: plus de 1100 militants ont été tués au Brésil au cours des 20 dernières années parce qu’ils ont dénoncé la déforestation de l’Amazonie sont près de 60 personnes tuées par an.

ils ne sont pas sommes le 180 victimes pour lesquelles des millions de mouton… pardon, persones … ont frappé FB et chaque Social avec des tricolores et des tours eiffel tags, mais, par Dieu, il est comme si les djihadistes chaque année, à une date fixe, si le tir demi de victimes, dans 20 ans dans une rangée! et personne ne bouge la bite de la droite vers la gauche du pantalons. chose déjà vu depuis deux décennies.

alors, désolé, Peuple et République française, je sais que votre Jet sont la mauvaise route. ISIS n’est pas le problème, par rapport à ce genre de choses (et “Cowspiracy” est une mine d’allégations choquantes), les jihadistes sont un groupe dédié à la “boutade” à la comedie de Luis De Funes.

France, Je te prie, si tu avez la logique et le sens de l’urgence, bombarde Brésil.