quelle strane foto… | Maelbeek

ho scaricato e aperto con Photoshop le foto postate dal Corriere della Ser(v)a sulla riapertura della stazione metro di Maelbeek, oggetto dell’attentato islamista dello scorso 22 marzo. ebbene, il fotografo professionista che è in me ha subito drizzato le orecchie e rizzato il pelo per il sospetto… ingrandendole si notano degli artefatti strani intorno alla scritta e alle figure dei militari.

per i digiuni di fotografia digitale gli “artefatti” sono alterazioni a macchia di leopardo o “sgranate” delle campiture di colore rese dai pixel nelle immagini digitali. in genere sono dovuti al “rumore”, disturbo elettromagnetico dipendente dal sensore CCD o CMOS (l’occhio della fotocamera digitale per farla breve) che interpreta scorrettamente, specialmente in condizioni di alta sensibilità elettronica e scarsa luce, il segnale luminoso e lo rende “distorto”.

ora la cosa strana è che normalmente il rumore si presenta nelle aree scure dell’immagine, mentre in queste foto si trova non solo in condizioni di eccellente illuminazione (pareti bianche, intensa luce per quanto artificiale…) ma solo intorno alla scritta sul muro “Maelbeek” e intorno alle figure dei soldati, come se fossero state entrambe prese da una foto di peggior qualità e incollate bellamente su una foto decisamente più nitida!

c’è da chiedersi come e perché è stata alterata così la foto?

manipolazione maldestra, fotomontaggio o un bizzarro – quanto inspiegabile errore? non una bella cosa per un fotogiornalismo obiettivo.

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rosicate, servi | umiliazione

oggi la Repubblica Islamica dell’Iran ha umiliato l’Occidente e ha vinto una decennale partita a scacchi contro la sconcia banda di servi del Sionismo, contro l’imperialismo statunitense e la ridda di scrivani e lacché annidati nella politica e nei media occidentali. la diplomazia ammette naturalmente solo a bassa voce e in forme come sempre morbide quello che è uno scacco epocale alle ambizioni neocon e al maneggio burattinaio del governo di Israele nei confronti del blocco Nato e dell’Occidente in genere.

oggi sono Iran e Russia a vincere la partita sfruttando proprio quel golem impazzito che è stato il Wahabismo, fomentato dagli USA in funzione antisocialista, e per debellare il nazionalismo arabo. certo troppo lunga è ancora la strada da percorrere per ottenere l’unità sociale, nazionale e politica dei popoli di lingua e cultura araba (anche se l’Iran è peculiare e estraneo in questo senso, data la sua tradizione indoiranica, cui si è sovrapposto il particolare islamismo Sciita). né l’Iran si è emendato dalle colpe verso il Baathismo, occasione di riscatto collettivo dei popoli del Medio e Vicino Oriente. però questo cambio di rotta delle diplomazie e il riconoscimento delle ambizioni iraniane è comunque una buona notizia, nel contesto e nel complesso.

insomma a Tel Aviv e a Washington oggi ci sono migliaia di cricetoni che rosicano rabbia, fiele e livore, e se non si sono certo pentiti di aver ridotto il medio-oriente a un macello sanguinante pur di dividere gli islamici e i popoli arabi in una guerra civile planetaria, adesso staranno digerendo litri di bile. e così i loro servi nelle redazioni della quasi totalità dei quotidiani – da noi capifila La Repubblica (Sionista) e il Corriere della Ser(v)a – in appecorata e nutrita schiera. è andata male, non solo il fanatismo islamico non ha scalfito l’Iran, non solo i Pasdaran hanno utilizzato come merce diplomatica i militari americani intercettati nel Golfo, ma anche la Siria di Assad resiste. purtroppo Israele e i suoi sodali hanno eliminato l’Iraq e la Libia, ma non è detto che il panarabismo non possa rifiorire anche in quelle terre. a ogni modo la Russia di Putin e l’Iran degli Ayatollah hanno fermato la marcia trionfale dei neocon e dei loro amici sauditi e israeliani.

in effetti sono sparite dai giornali anche le memorie delle varie Neda e le notizie sulle Sakineh (1) di turno, che illustravano ai gonzi delle “democrazie” più cialtrone sulla terra la ferocia del regime di Teheran, nel segno della più sconcia propaganda. come se i cortei e le proteste sociali e popolari del “democratico” occidente non avessero i loro morti di Stato (Edoardo Massari “Baleno” e Maria Soledad Rosa, o Carlo Giuliani) o i loro capri espiatori in galera. ecco oggi che i vari Pierluigi Battista, Ernesto Galli della Loggia, coi loro cloni redazionali, e all’estero il bravo Bernard Henry Lévy avranno da buttar giù scatoloni faraonici di Alka Seltzer per smaltire il male al pancino. l’Iran li ha umiliati tutti, dal primo all’ultimo. oh li troverete nelle redazioni a far finta di aver dimenticato le loro “articolesse” le loro meschine crociate anti iraniane – basta cercare due secondi in rete e tutto salta fuori – e in genere anti-tutto quello che non piace allo Stato sionista e ai neocon. li troverete anzi e sin da oggi a suggerire e lodare la diplomazia, il buonsenso, la moderazione, il cambio di paradigma, e forse persino a far passare questa sconfitta dell’Occidente come un merito. fino al cambio degli ordini dall’alto. ma è ormai chiara la natura, la ragione del loro mal di pancia.

il piacere di esserci nel web è anche potervelo ricordare.

(1) i deprecabili servi redazionali si sono peraltro ben guardati dallo strombazzare l’amnistia che ha liberato Sakineh nel 2014. era da strombazzare la condanna, non certo l’esito positivo.

il sabba delle pecore sciacallo | di giornalistai e criminalizzazione della follia

una poesia tutta nata dalla ripulsa per il tono e il tenore dell’ennesimo “bel giornalismo” targato Corriere della Ser(v)a

qui il pezzo: http://www.corriere.it/cronache/16_gennaio_04/uccide-mamma-mette-facebook-selfie-sorridente-17d8eb76-b2af-11e5-8f58-73f8cf689159.shtml

qui la mia poesia:

il sabba delle pecore sciacallo
(ai giornalistai di un’Italietta viscidoborghese)

nel mondo delle pecore sciacallo
rubano i tuoi ricordi, ogni pensiero
sputtanano, il cavallo
va frustato a che si veda il rene
velato in grasso, pelle aperta a sega:
e muscoli. il colore della bile, nero
trasuda dalle piaghe, sangue.
chi si nega a furto e profitto?
scrivono pezzi saccheggiando i social
ma ti avvertono a colpi di diritto
(e di rovescio, lo scudiscio)
«© RIPRODUZIONE RISERVATA»
insinuazioni, merda, piscio
perbene e pur laido su ferite vive
sulla follia che domanda pietà, pudore
non il rancido odore
di uno sdegno borghese
«quasi sicuramente ha fumato
anche nelle ore intorno al massacro».
non c’è Edipo, non c’è Medea
non Oreste, non Caino e Abele
non c’è il tempo antico eterno
del sangue consumato
nel consangue, non tragedia
che chieda
un brano di silenzio o spoglie
pietose risparmiate a pena
e consegnate allo spezzato Priamo
“vecchio glorioso”
– ἀλλ᾽ αἰδεῖο θεοὺς Ἀχιλεῦ, αὐτόν τ᾽ ἐλέησον
μνησάμενος σοῦ πατρός: ἐγὼ δ᾽ ἐλεεινότερός περ,
505ἔτλην δ᾽ οἷ᾽ οὔ πώ τις ἐπιχθόνιος βροτὸς ἄλλος,
ἀνδρὸς παιδοφόνοιο ποτὶ στόμα χεῖρ᾽ ὀρέγεσθαι. –
dietro riscatto…

non c’è prezzo onorato qui
non patto
nel mondo delle pecore sciacallo
ma voglie da pettegole, ma larve
guardone sul cadavere,
ma caccia
vile vile vile
al crimine che rompe una quiete
assai più lercia di un pazzo
adolescente ragazzo
«trovarsi un lavoro
e smetterla con l’hashish, con la droga»
il comandamento dell’agnello
(d’oro)
“sgobba, non drogarti e crepa.”
non fa una piega
il pezzo
ben oltre il peggio del matricidio
più atroce di un fanciullo boia
sesso acerbo per carceri
ben peggio che tirar le cuoia
per niente: fa ribrezzo.
è il demente
retrogusto di viscere e metallo
il sabba delle pecore sciacallo.

bestialità | giornalisti italiani

gioprnalisti

se i giornalisti delle varie “redazioni scuola”, e segnatamente quelli del Corriere della Ser(v)a, fossero quello che dicono di essere – ossia dei professionisti, non scriverebbero le bestialità che scrivono.

per esempio che «lo stampatello è più veloce e semplice del corsivo», almeno quanto alla velocità.

se non fossero quel che sono saprebbero anche solo dalla parola e dalla sua anche elementare etimologia che nel passaggio fra medioevo e rinascimento si chiamò “cursiva” la scrittura veloce, per distinguerla da quella più lenta a lettere capitali. “corsivo” è parola semanticamente legata a “correre”, lo intuirebbe persino uno scolaretto delle elementari!

se non fossero purtroppo quel che sono non si berrebbero le boiate di sedicenti pedagogisti, e se non fossero quel che sono, in quanto professionisti almeno si informerebbero presso un qualunque calligrafo. prima di scrivere cazzate.

ma non lo fanno proprio perché non sono quel che dicono di essere.

giornalisti italiani: che bello sapere oggi che gli editori, cioé i “padroni” vi stanno precarizzando!

 

Lupo | La ballata di Matt e Sweat

sarà che quando leggo notizie del genere su quella sottospecie di carta igienica virtuale che è il Coriere della Ser(v)a, vedo rosso e nero…

sarà che quando vedo reazioni del genere da parte della “brava gente” (o di consistente parte di essa) mi ricordo – si vede – dei miei antenati sulla steppa asiatica e mi sale il lupo…

mattsweat

sarà che io la razzumaglia subumana borghese che festeggia la fine di una fuga impari e scellerata non la sopporto…

sarà che in questo contesto, a dispetto dele mie convinzioni e certezze politiche sulla giustizia che non giustizia e sulla legge che non fa giustizia, oltre al lupo mi sale il poeta…

sarà che tra sbirri e pecore, preferisco per fede, istinto e antico onore i Lupi…

specie se cattivi e  braccati…

 

quindi, stanotte ho composto una roba stile vecchia ballata del vecchio Sud, dedicata a due farabutti di prima qualità, uno dei quali è stato prontamente giustiziato. è un abbozzo poetico, forse la migliorerò, forse no, ma voglio darvela carne e sangue stanotte …stanotte.

 

 

La ballata di Matt e Sweat

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.

Mi sanguinano fra i denti le ciliegie
le ultime all’inizio dell’Estate
voglio cantare, gente – sù restate –
l’ultima corsa di Richard Matt e Sweat.

Dolce la frutta scende insieme al vino
oh, è cominciata in carcere la storia
rossi gli stracci che contava Joyce
e chi sa dove inizia o chi per primo…

Non chiedere a una donna innamorata
se a Dannemora o Dio sa solo dove
resti il suo cuore, se con la divisa
o con l’uomo che le rubò il respiro.

Non chiedere a una guardia dei dipinti
fatti da chi traguarda un orizzonte
fatto di sbarre, secondini e teppa.
Con che colori vede? Forse rosso?

Chiedi piuttosto al tubo della fogna
e alla fatica scavata palmo a palmo
pollice a pollice dentro merda e fango
quanto dista – ogni notte – libertà.

Chiedi piuttosto cosa può sentire
un uomo sulla faccia, quando sbuca
come una pianta raggelata al cielo
fuori da quel perimetro di ferro.

Chiedi piuttosto che rumore faccia
la mano che prepara dei pupazzi
nel sonno degli uomini, ma sappia
che presto correranno al piede i cani.

Chiedi piuttosto che strada faresti
se avessi fra la morte e la galera
1000 sbirri per scorta e pure indiani
– smemorati di quando erano loro

le bestie addosso a cui le stesse giubbe
mangiavan miglia di sudore e scaga –
ecco che i pellerossa alla bandiera
rendono l’inno dei peggiori servi.

Chiedi piuttosto che scelta sarà resa
a una coppia di matti disperati
fra le vesciche, la notte e la gelata
guazza sul dorso di Matt e David Sweat.

 

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.

 

Venti giorni può andare un’Odissea
prima che la pazienza del Governo
finisca, troppo lieve nella sera
cigola il cuoio a chingia dei fucili.

Venti giorni e se fossi stato
uno di quelli – me ne scampi il cielo –
che il caso chiama a incocciare i passi
di due bestiacce in fuga, non so dire…

cosa di me sarebbe stato? Credo
avrei provato forse più di pena
che di paura, e forse li avrei visti
entrare di nascosto nei capanni

di caccia, chi poteva immaginare
che quella notte cervo, o volpe, o daino
avessero le facce di due stanchi
uomini sporchi spaventati a morte.

Forse la gente che sa la conclusione
avrebbe un po’ di cuore, se non fosse
ch’erano bianchi questi disgraziati.
Ora ai tempi di Ferguson e Charleston

c’è chi fa il tifo dietro la Giustizia.
a modo suo. Io dico solo: un faro
lungo la carreggiata, il bosco, le casette
allineate, gli occhi di Dave Sweat.

C’è Matt che scappa, già si torce il ventre
colpa del cibo raccattato, a male
come l’anima di questi giornalisti
pronti a gioire, amici della forca.

Corri, sfasciati il cuore farabutto
corri, girati, fermo. Non mollare
se un’arma in mano, ultima consegna
del Lupo circondato dai segugi…

Corri, sfasciati, cadi. Rosso e rosso
ancora sugli stinchi ti si torce
l’ultimo tono della tua bandiera.
Si spegne il cielo, e non è più galera.

Resta Dave Sweat, ed eccolo in ginocchio
dente per dente, ora chiude l’occhio
l’ultimo dei borghesi troppo svegli
che li sapeva a spasso lungo i viali.
Resta Dave Sweat. I miei connazionali
festeggiano a miglia e miglia di distanza
per quei balordi, uno freddo al suolo
e l’altro fra i mastini d’ordinanza.

Resta Dave Sweat, ferito grave. Solo
ai miei rasserenati compaesani, voglio
augurare, se posso, un mesto voto:

non so se a un fucile o da che lato
dovrò far fronte, né se decida il fato
del mio respiro estremo penso solo…

attenti che non tocchi prima o poi
che quella canna punti addosso a voi
di voi decida, a sputo di nocciolo:

oppure ai vostri figli, nella caccia
tocchi essere i primi, per conigli
che lupi non ne nascono da gregge…

attenti che non tocchi a voi la morsa
del potere, la sanguinante traccia
lasciata da Dave Sweat e Richiard Matt.

Attenti a quel che toccò loro: prima o poi
non venga forse a ciaschedun di voi
chiedere il bis, chi regola e chi è rege.

Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.
Rosse le ultime ciliegie,
così gli stracci addosso a Matt e Sweat.