fuori la scheda! | conigliocrazia

quando leggo di casi di questo tipomi corre la mano allo strillo: 

«Fuori la scheda elettorale, Ciccio: per chi hai votato?»

perché la democrazia è innanzi tutto responsabilità. voto responsabile, scelta responsabile e responsabilità delle conseguenze che ci si tirano addosso avendo scelto a cazzo.

perché una vera democrazia deve prevedere il voto palese: ti devi assumere la responsabilità anche pubblica delle tue scelte, altrimenti si crescono popoli paurosi e interrati come conigli, si creano conigliocrazie o ovicrazie. come dice il celebre motto popolare inglese:

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che è quello che esattamente siamo, anche grazie al voto segreto. e allora basta concludere che se anche solo l’ingegnere ha votato alle politiche questa volta il PD e i suoi Jobs act del cazzetto… il tipo:

si merita pienamente tutto questo

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e è pure POCO

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una demente …e il “suo” giornale | chi si somiglia…

l’estate è stagione durissima per i giornalaisti, o giornalistai, costretti a imbottire di stronzate inarrivabili degli spazi web e cartacei che, si sa, vanno pur riempiti. è quindi con somma gioia e sommo dileggio che vi presento i deliri di una supermanager pubblicati, senza neanche uno straccio di contestazione o critica o commento, alla firma di Martina Pennisi su un giornale che di cazzate se ne intende.

Corriere della Ser(v)a, naturalmente.

ricettadeldementeperfetto

chi si somiglia ..si piglia.

un problema di modello infame e lercio, non di scelte personali

ora, il punto discutibile non è che una persona non possa, specialmente se motivata da 57 milioni di bonus, stare al lavoro, vivere al lavoro, cagare sotto la scrivania, dormire in ufficio e non avere altra vita che non sia l’azienda. intanto perché – strano che un quotidiano che si dice serio competente lo ignori – un manager non è un dipendente: è un professionista che è autonomo nel suo lavoro – orario, modalità operative, scelte, e è vincolato solo dai risultati. o ottiene ciò per cui è stato pagato, o no; quindi o resta o se ne va solo in base al raggiungimento dei risultati che gli si chiedono. potrebbe fare come la signora, o potrebbe benissimo restare e rimanere un manager vincente anche se per motivi del tutto inspiegabili riuscisse a raggiungere i suoi obiettivi restando nudo con una banana nel culo davanti a un moai di merda e meringhe, eretto da un nano nibelungo nel suo giardino di casa e senza neppure vedere in faccia le persone con cui lavora, limitandosi a recepire i traguardi da raggiungere. questo perché, lo ripetiamo, il manager è libero di organizzarsi il lavoro come cazzo crede.

finché il manager propone a sé stesso o a altri manager il suo modello di efficienza non c’è proprio nulla di male.

il casino e la demenza pericolosa cominciano quando si crede di proporre la stessa logica a un dipendente che ha un salario regolare ma risibile rispetto al professionista. questa attitudine è solamente indice, senza se e senza ma, di propensione allo sfruttamento, al ladrocinio e allo schiavismo mascherati da lavoro. proprio perché un dipendente “vero” non prenderà mai compensi neanche lontanamente paragonabili ai bonus dei manager, fra cui la signora in questione.

nel migliore dei casi ci si guadagna solo sfruttamento dei lavoratori più deboli. nel peggiore qualcuno crepa

non solo: far crescere una cultura di impresa e del lavoro che obblighi i salariati a sforzi da manager superpagati senza neanche averne un centesimo degli incentivi monetari e professionali è come chiedere a un manovale di rinunciare alle ore di sonno per aumentare le ore in cantiere.

nel migliore dei casi ci si guadagna solo sfruttamento dei lavoratori più deboli. nel peggiore qualcuno crepa, o di incidente sul lavoro o di infarto, anche da management. come è del resto ampiamente successo anche a dipendenti “aspiranti manager di successo” poco meglio pagati, come Moritz Ehrardt, o agli operai quindicenni cinesi come Shi Zaokun, o al camionista Iliev e a parecchi fra tutti quelli che che volessero (o meglio fossero costretti sotto pressione) a adottare le idee di merda della signora Mayer senza essere la signora Mayer.

il vero nocciolo del problema non è quello che, ribadiamo, la signora intende fare della sua vita, ossia le scelte personali, ma il modello infame e lercio che essa vorrebbe suggerire al prossimo, specialmente a chi il lavoro lo somministra, e il quotidiano che le fa da sponda e megafono, avallando tale visione. siccome da noi almeno sarebbe reato l’istigazione al suicidio, sarebbe il caso che la giurisprudenza cominciasse, un bel giorno, a mettere in conto fra i crimini possibili anche l’istigazione al superlavoro, specialmente e soprattutto quando uccide e anche quando, a fronte dello stesso salario, aumentano le ore lavorate, il che – la matematica non falla – è comunque una riduzione di salario e di diritti ed è pertanto un crimine perché è un furto, un furto di vita, un furto di tempo e di risorse mentali e fisiche a vantaggio di chi trae plusvalore da quel lavoro. la signora e i ciarlatori a mezzo stampa lo sanno benissimo, ma fan finta di non capire, alla ricerca del “dipendente perfetto”. per il padronato e i plutocrati, ça va sans dire.

se è reato istigare al suicidio, istigare al superlavoro che cosa è?

questa è la demenza che ci pregiamo di denunciare, combattere e irridere con il più maestoso dei diti medi sbattuto sul grugno a manager e giornalistai compiacenti!

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ringraziamenti | indymedia e kompagni aggiornamento 3

a oggi prendo atto – e ne ringrazio pubblicamente gli admin di linksunten.indymedia.org – che mi è stata correttamente attribuita la paternità dello scatto a Gianluca Iannone, esponente di CasaPound, come previsto dai termini della licenza Creative Commons.

avrei preferito che fossero rimossi anche i credits (indebiti) nell’immagine, ma i termini di legge sono salvi. come si vede da questo screenshot ripreso oggi 06 luglio 2016 alle ore 17:00 circa.

06 luglio 2016 ore 17e06 ora italiana

a titolo di precisazione del tutto accessoria, personale e professionale, dichiaro che non ho postato io su questo sito tale immagine, che è stata utilizzata da fonti terze, che io non ho scattato certo la foto per “alternativa-te” che ha indebitamente marcato lo scatto con il suo logo, e che la presenza di tale foto in tale contesto ovviamente non rappresenta affatto la linea politica e personale dell’autore dello scattodel resto, una volta rilasciata la licenza CC, l’immagine va dove ciascuno crede di doverla utilizzare e quindi anche i “kompagni” di Indymedia hanno pieno diritto a usarla fintanto che me l’accreditano.

il lato oscuro del progresso | adozione

non amo gli inglesisimi superflui, per cui parlerò dell'”Adozione del figliastro”, chiamata volgarmente stepchild adoption. quello che di primo acchito mi sorprende è che i sostenitori di questo diritto/possibilità non hanno abbastanza soppesato e messo nel conteggio il potenziale negativo e distruttivo di questa pratica.

se è bene sfatare un mito: ossia quello secondo cui l’adozione del figliastro avviene senza il consenso del padre/madre naturale (o biologico), è altrettanto bene ricordare che spesso, dietro separazioni o adozioni, esiste una forte asimmetria di fatto in termini di forza, peso sociale e disponibilità econonica fra le parti.

in primo luogo, nessuna coppia “normale” è perfettamente bilanciata sul piano sociale, economico, professionale. esiste sempre una parte più debole, o per reddito, o per disponibilità di supporto parentale, sociale.

in secondo luogo, e evidentemente nel caso di coppie omosessuali o sterili, è chiaro che il ricorso a un padre/madre biologico è fondamentale, anzi essenziale, a meno che non si proceda con la trafila, spesso onerosa, logorante e aleatoria dell’adozione tradizionale di bambini i cui diritti dei padri biologici sono decaduti a monte e di solito anni prima che l’adozione abbia effetto.

parlandosi chiaro, è evidente che se un adulto si presta a separarsi da un figlio biologico, nella quasi totalità dei casi lo fa perché impedito da circostanze esterne – povertà, stato di bisogno – lasciando perdere quella porzione di genitori la cui patria potestà decade per ragioni legali (e anche qui ci sarebbe da chiedersi quante “disgrazie familiari” non dipendano da circostanze ambientali disumane o soverchianti…).

ne consegue che tale consenso sarebbe quasi sempre frutto di una contrattazione asimmetrica e potenzialmente iniqua tra le parti.

certo, potremmo anche limitarci alla mera legalità, sancita da una firma su un foglio o modulo, ma anche qui per coerenza si dovrebbero accettare milioni di ingiustizie solo perché legalmente possibili, ivi incluse, solo per dirne due, l’indebitamento/bancarotta o i contratti bancari particolarmente infelici. credo semmai che parecchi di quelli che sono scesi in piazza per il DDL Cirinnà e l’adozione del figliastro abbiano tuonato contro le “banche ladre”, colpevoli di aver proposto investimenti capestro o a altissimo rischio a innocui pensionati. allo stesso modo – se accettiamo la logica della “legalità”/giustizia formale – il banchiere potrebbe con piena coerenza, e tutto il diritto a farlo, sostenere che per non perdere i soldi bastava non mettere la firma. non acconsentire a un investimento così a rischio. e sono certo che nelle clausole c’era ben specificato il rischio – chi non le legge, semmai è il problema; non la banca che conta su un’evidente asimmetria nelle informazioni e nel credito.

ma è chiaro che parecchi credano in una giustizia sostanziale ben più importante della formalità. e la giustizia sostanziale chiede che in qualsiasi contratto sociale esista la vera libertà di scegliere per il proprio vantaggio senza forzature effettive. aspetto da anni qualcuno che mi dimostri che esistano madri che cederebbero figli come si cede un rossetto cambiato di moda, o un cappello, o un prodotto manuale/industriale, e non per altri e assolutamente impellenti motivi. senza contare che parecchi esponenti della classe media potrebbero tranquillamente scivolare in situazioni tali per cui si farebbe presto a non poter garantire un futuro alla prole…

vista così la questione dei diritti suona decisamente ironica. chi si batte per l’amore libero fra adulti finisce per legittimare una possibile deriva in un mondo di caste, in cui i più ricchi, o socialmente dominanti, o più benestanti potranno disporre del potere di fare e disfare le famiglie e la società a comando. per un aristocratico nietzscheiano la cosa potrebbe avere senso, solo che, mi pare, la maggior parte dei partigiani LGBT considera la morale aristocratica roba da nazisti. se non interpreto male l’aria che tira in certi ambienti progressisti.

la storia, aggiungerei chiudendo, punisce i desideri umani con un’ironia inarrivabile e spesso fabbrica un mondo in cui si deve stare attenti a ciò che si desidera.