la GenerazioneSmartphone | not so “smart” (indeed with issues)

traduco la seconda parte del titolo “angloavveniristico” di questo post:

“La Generazione Smartphone | Non così “furba” (in realtà con problemi mentali e psicologici)

perché mi è giunto sotto il naso questo articolo di Jean TWENGE, Professoressa di Psicologia alla San Diego State University (CA, USA): “Come lo Smartphone ha influenzato un’intera generazione di ragazzi”. Articolo del 22 agosto 2017 apparso sul sito “The Conversation“:

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meme 4 morons | gli ignoranti nell’era del web

ci sono inciampato spesso. poi ci inciampo una volta di più e mi sale allegramente il nazismo. perché sono convinto che se viviamo in un’epoca in cui diversi stronzi sono disposti a ammazzare degli sconosciuti in nome di un amico invisibile i danni cominciano a prodursi ben prima, a monte, quando certi “meme”, certe idee, certi concetti infettano come virus le folle e legittimano o fomentano cazzate imperdonabili.

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cazzate che fanno i danni che sappiamo. a partire dalla presunzione che porta milioni di voti di ignoranti, inadatti e imbecilli (oltre che solitamente incolti) nelle fauci del primo delinquente abbastanza furbo da capire che il concetto “un voto, una testa” è una scala mobile per il successo se fomenti abbastanza ignoranza e stupidità in giro.

volevo quindi argomentare, spiegare, illustrare il perché questa roba:

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sia una mounumentale e furibonda, indegna, inaccettabile stronzata. che porterebbe sin troppe persone a abbandonare l’idea che un’istruzione regolare e certificata vada perseguita; e a abbracciare persino l’idea che istruirsi sia non solo inutile ma pure controproducente. attitudine che dal mio punto di vista mette questi postatori al livello cognitivo e inumano dei buzzurri su camion in foto (non esaustivi della casistica, essendovi altrettanti buzzurri anche sulla barricata opposta).

per fortuna posso rinviarvi a un tipo che lo ha spiegato prima di me e molto meglio di me: Mattia Butta.

io ho solo inventato questi meme, per ribadire il concetto. ispirandomi a un grande professore di un’America passata

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tempo d’esami | aridaje con le cazzate

puntuale come la lebbra nella Bibbia o nelle vite dei Santi, ecco Giugno, ed ecco la sarabanda di stronzate messe in stampa dal giornalettume nazionalpopolare.

per un mese e mezzo, fino alla conclusione della Maturità, “opinionisti” e “esperti”, giornalisti inclusi – il che fa crollare già di per sé a livello suola da scarpa l’autorevolezza delle fonti – sciorineranno le loro miracolose ricette per una scuola efficace, da quegli stessi pulpiti in cui si glorificava senza vergogna né memoria, a turno, ora l’uno ora l’altro, opposto e antagonista, tentativo di “riforma del sistema educativo”; e senza alcun criterio che non sia lo sparare a caso “ricette” malamente acquisite, che dico, orecchiate, altrove e riferite peggio.

stavolta il Corriere della Ser(v)a per la penna di Antonella De Gregorio recupera chi sa che innovativa (ahò ogni anno è sempre così…) soluzione radicale al mal di banco.

qui ne offriamo la nostra personale e sapida rilettura.

Non classi con pochi alunni, programmi interessanti e uniformi impeccabili. Quello che fa studenti eccellenti sono insegnanti eccellenti. E già questa sarebbe una notizia, per quanti ritengono che la capacità di istruire sia una dote innata.

Contraddizione affascinante: di solito è il talento innato, unico e personale, la base e il prerequisito per l’eccellenza, da che mondo è mondo. Certo, allenamento e metodo hanno il loro gran peso, ma il talentuoso a corto di metodo e allenamento non sarà mai troppo lontano (anche se dietro) al non talentuoso che si ammazza di esercizi e fa immersione nella metodologia. Chiaramente se sommiamo le due condizioni, si vola.

Altra negazione del reale: pochi alunni significa, è matematico, più tempo da dedicare per alunno. Punto. I numeri non sono fuffa. Chiunque creda che un insegnante bravo possa lavorare bene in una classe-pollaio, e magari meglio di un insegnante meno dotato ma con molti meno allievi, è chiaramente una persona che vive al di fuori del concetto radicale e ineliminabile di tempo e risorse limitati. Una classe poco numerosa è determinante per il successo formativo. La massa significa da che mondo e mondo “bassa qualità”. Chiedetevi perché nei migliori college si entra e si vive in pochissimi!

Sul programma interessante non ci sentiamo certo di escluderne in toto, come fa l’articolista, la portata. Ha la sua rilevanza, certo meno determinante di quanto si creda. Se non sono le persone a avere voglia di conoscere e studiare, non c’è intrattenimento o programma che tenga.

Sulle uniformi non si sa che c’entrino… un modo così, forse un po’ bischero, per non saper come attaccare l’incipit di un articolo. Ma tant’è.

Unica cosa decente, l’intervento del Maestro Limonta (ma… non era meglio un’intervista all’autore della ricerca celebrata nell’articolo? misteri del giornalismo italiota che parla di x ma ti mostra un video con y).

proprio come questo articolo del Corriere della Ser(v)a in cui la giornalista riferisce sull’esito di una ricerca di terzi, come è stata riferita da un quotidiano. Insomma, la versione del “mio cuggino ha sentito di uno che conosce un tipo che è morto così…”.

la nostra De Gregorio prosegue imperterrita:

John Hattie, ricercatore dell’università di Melbourne, ha analizzato 65mila lavori sugli effetti che centinaia di diversi approcci e interventi educativi hanno prodotto su qualcosa come 250 milioni di studenti e ha concluso che gli aspetti di solito più cari ai genitori – dalla numerosità della classe, alla divisione dei ragazzi per livelli di apprendimento – hanno poca rilevanza. Ciò che davvero fa la differenza è l’«expertise»: esperienza e capacità dei prof.

L’esperienza fa la differenza? Wow. L’incredibile scoperta dell’acqua calda, aggiungiamo noi insieme col talento. Gioverebbe anche chiedersi come abbia fatto un ricercatore solo a analizzare una casistica così impressionante. Probabilmente un team? Qualche indicazione della fonte? Macché.

Senza contare che questa è la teoria di Hattie (e molto probabilmente della sua equipe), ma qui mi preme dire soprattutto che la questione, posta in questi termini, suona di una banalità sconfortante.

E non voglio dire che la ricerca di Hattie sia pessima, o sbagliata, o assurda, voglio dire proprio che questo modo di presentare la questione complessa del che-cosa-fa-la-differenza-nell’-insegnamento non può essere trattato da un giornale nazionale in questo modo!

Qualcosina di meglio, ma presentato “ad minchiam” si trova verso la conclusione del pezzo:

“Livello medio”

Non sono i soldi a fare la differenza, è la tesi del settimanale, che porta ad esempio gli stipendi degli insegnanti finlandesi (il sistema preso a parametro quando si parla di eccellenza scolastica): sono al livello della media Ocse. Anche se, per trattenere i migliori o per dirottarli sulle scuole che han più bisogno, la leva economica in qualche misura funziona. Nemmeno la libertà di licenziare i peggiori è determinante. L’idea rivoluzionaria è innalzare il livello medio dei docenti, attraverso un processo di formazione in aula e sul campo che dovrebbe ispirarsi al training dei migliori medici (con molte ore di tirocinio in ospedale) o dei campioni sportivi. E questo sì, molte ore di tirocinio, si fa dove i risultati dei ragazzini poi risultano migliori: in inlandia, a Singapore, Shanghai, per esempio.

qui, da Hattie, si ritorna all’Economist – che gran giornalismo, quello italiano che ci riporta gli scoop di altre testate, non è vero? – e la tesi del ricercatore comincia a essere la tesi del settimanale statunitense. dove finisce chi, e dove cominci l’altro, non si sa.

Probabilmente è vero: le cose più ganze che l’umanità abbia fatto, non sono state fatte per danaro.

Lo spiega molto meglio l’esperto Ken Robinson in questo intervento:

[fonte: www.ted.com ]

naturalmente si torna al vecchio adagio della “formazione”, il che è – come tutte le verità di buon senso, una nozione facilmente acquisibile. una formazione che scelga i più talentuosi e li motivi a realizzare qualcosa che amano, piuttosto che produrre presidi-sceriffo. non è che ci voglia il “Corriere della Ser(v)a” per capirlo. quel Corriere che, si badi, è lo stesso giornale che pubblicizzava le “magnifiche riforme e progressive” del Renzuccio-ducetto nazionale, anche nella “buona scuola”, neanche tre mesi fa! con l’Invalsismo imperante e il dominio del teaching-to-the-test.

per capire come sta messa la faccenda, basterebbe sentire una ventina di docenti della scuola italiana presi a caso.

i quali però aggiungerebbero che i docenti finnici sono rispettati nella società e considerati professionisti che gestiscono e coltivano il bene più prezioso che sia mai in possesso di una comunità: le menti (e la creatività) dei bambini. la risorsa cardine.

i quali aggiunerebbero che il popolo della Finlandia (l’inlandia della nostra De Gregorio) probabilmente non considera i suoi docenti degli stronzi privilegiati con tre mesi e passa di vacanze all’anno, incompetenti e fancazzisti.

i quali aggiungerebbero che un po’ di riconoscimento economico a livello di parcella è un segno tangibile del rispetto e della considerazione che tutti dovremmo avere per quella cosa misteriosa chiamata “professionalità”. riconoscimento che supponiamo essere perfettibile anche in Finlandia, ma che da noi è praticamente nullo, o ridotto a elemosine da qualche centinaio di euro.

al Corriere non chiederanno un’acca di tutto questo.

troppa fatica.