scopacani | Libertà Occidentale

“L’uomo può cadere in basso, diventare sempre più vile. La cosa più terribile sta proprio in questa capacità dell’uomo di tradire, di errare. La cultura fa un lavoro enorme per contrastare questa condanna dell’uomo, ma non sempre vince. La tv al contrario svolge questo compito della viltà e ha un potere enorme. La gente è abituata ai testi primitivi dei serial tv. Quindi appena comincia un discorso serio, appena si ha a che fare con un testo dove ogni parola ha un’emozione, una filosofia, un’etica, la gente perde interesse. Il linguaggio della tv è primitivo e per questo distruttivo. È una distruzione intenzionale, la cosa più terribile.”
ALEKSANDR SOKUROV

internet ci offre non la realtà, ma una sua interpretazione, molto libera, per giunta e decisamente arbitraria; viziata in primo luogo come è dalla ricerca della spettacolarizzazione, e spesso della mera “cagnara” (appunto) per sollevare polveroni di varia natura.

ma l’uomo accorto e savio, il filosofo, sa che è possibile guardare al polverone in modo diverso da come esso è percepito dal comune uomo della strada, e anche le discussioni più triviali possono diventare spunto per riflessioni niente affatto banali, come quelle sul concetto di libertà sessuale e libertà occidentale. qui la stura ce la dà questa “allegra” sostenitrice delle “Dieci Ragioni Per Cui A Una Donna Conviene Copulare Coi Cani”.

come si evince dal video, è interessante non tanto la testimonianza in sé (che fino a nuove prove, e più esplicite esibizioni della fanciulla, potrebbe anche essere trattata da mera speculazione teorica), quanto la cagnara sollevata dai commenti.

in particolare mi preme sottolineare questo: non esiste confronto fra i commenti maschili – la cui grettezza, tenore e volgarità si possono facilmente intuire – e quelli femminili. questi ultimi, privi del pur laido e divertito maschilismo, rivelano una rabbia implacabile, cieca, radicale e profonda che fa venire letteralmente i brividi. in questo senso persino la più sordida incultura da caserma di fallocefali ambulanti è alleggerita dal tono del comico, seppur greve e scurrile; tinta del tutto assente al contrario dalle livide e spietate osservazioni della controparte femminile, assolutamente minoritaria, ma gravida (termine che uso non a caso) di implacabile odio.

spiccano commenti quali:

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e questo dovrebbe porci domande molto serie in primo luogo sull’ipocrisia infame con cui in quanto “occidentali” ci vantiamo di rispettare la libertà altrui, anche sessuale, e poi linciamo altre culture o gruppi rimproverandoli di non essere “tolleranti” in materia.

una chiave possibile per impostare la discussione potrebbe essere la nostra ignoranza del meccanismo su cui si fondano i tabù sessuali.

non sarà che forse, quando consideriamo abominio la zoofilia, ci troviamo nello stesso territorio mentale di chi considera abominio l’omosessualità, o il feticismo? siamo così diversi e per natura migliori quando linciamo sul web certe persone, dal miliziano del Califfato che lancia i “froci” dai terrazzi, perché abominevoli per sé, o “pervertiti” o “bestiali”? è solo il fatto che il terrazzo da cui gettiamo le persone su Facebook o nei forum è solo virtuale? sono solo parole?

non so; ma, a giudicare dall’intolleranza dei commenti di cui sopra, di certo non lascerei quella ragazza del video veramente in mano a donne che mostrano una siffatta mancanza di empatia e solidarietà intragenere. anzi! certamente le parole sono parole e i fatti i fatti. un conto è linciare mediaticamente qualcuno, un conto è trascinarlo con un camion fino allo smembramento. eppure fintanto che siamo esseri verbali e verbalizzanti forse non corre troppo mare tra il dire e il fare.

certo, un punto di vista sulla questione ce l’ho e credo che nella quasi totalità dei casi la zoofilia sia da rifiutare in quanto obbliga una creatura senziente a un atto contrario al suo volere, atto che spesso – e specialmente nel caso della penetrazione passiva – danneggia irreversibilmente gli organi interni e procura atroci sofferenze e morte. in questo senso sono anche io evidentemente contrario a essa senza riserve. così come sono assolutamente contrario alla pedofilia e al sesso non consenziente fra adulti. nel caso di cani maschi tuttavia che siano più o meno “usati” dalle padroncine, potrebbe essere diverso e non vi riscontro (ma potrei anche sbagliarmi!) gli stigmi dell’indubitabile violenza assassina con alcuni si abbandonano a pratiche erotiche che comportino l’intervento – quasi mai consenziente – di animali.

ma c’è un fatto assai più importante delle mie convinzioni personali e è l’aspetto filosofico della questione, il fatto cioé che tuttavia mi ripugni assai più e grandemente l’odio verso questa ragazza; il fatto che io possa anche ammettere la liceità di un punto di vista estremo e differente dal mio, e che certo non autorizza nessuno a giudicarmi, o a giudicare questa ragazza senza appello, come fa la platea della falsa intelligenza collettiva della rete. anzi, a vedere i risultati in termini di apertura mentale e dialogo, siamo di fronte alla folla degli Untori di Milano, al cieco odio della massa incarognita e, essa sì, primitiva, assetata di forca. almeno virtualmente. credo proprio che i diritti umani e la libertà di ognuno – sessuale, politica, economica, personale – non faranno un passo di un millimetro in questo clima falso e crudele. io una mano sulla coscienza me la metterei, fossi uno di questi miei concittadini.

per cui, scusate: tanta ipocrisia, specialmente quando vedo i miei concittadini storcere la bocca a culo di gallina, strepitando di fronte alla alla TV, o a quella sua nova versione “migliorata” che è Internet, che «L’ISIS ci odia per la nostra libertà!», mi turba centomila volte di più di qualsiasi ipotetica ragazza-scopacani e di qualsiasi jihadista impazzito.

04102014 | EXITVS

167. Il sistema industriale non crollerà semplicemente come risultato di un’azione rivoluzionaria.
Non sarà vulnerabile ad attacchi rivoluzionari, a meno che i suoi problemi interni di sviluppo non lo mettano di fronte a difficoltà molto serie. Così, se il sistema crollerà sarà spontaneamente – oppure attraverso un processo in parte spontaneo, ma favorito dai rivoluzionari. Se il crollo sarà improvviso, esso comporterà la perdita di molte vite umane, in quanto la popolazione del mondo ha raggiunto un tale numero che è divenuto impossibile sfamarla senza l’ausilio di tecnologie avanzate. Anche se il crollo sarà graduale […] comunque il processo di de-industrializzazione sarà probabilmente molto caotico e implicherà molta sofferenza. È ingenuo pensare che la tecnologia possa essere messa fuori gioco facilmente, in modo organico e ordinato, almeno fino a che i tecnofili lotteranno ostinatamente a ogni passo. È dunque così crudele lavorare per il crollo del sistema? Forse sì, ma forse no. In primo luogo i rivoluzionari non sarebbero in grado di distruggere il sistema se esso non soffrisse già di seri problemi: ci sono già buone probabilità che il sistema crolli comunque da solo, e più cresce il sistema, più disastrose saranno le conseguenze del suo crollo; così (non troppo paradossalmente) può darsi che i rivoluzionari, affrettando l’inizio del crollo, riducano l’estensione e la profondità del disastro.

Theodore J. Kaczinsky
Scienziato, matematico e filosofo
noto al pubblico come “Unabomber”

 

exitus

uscita, fine, termine, conclusione, morte

imparentato con “esito”. ne è derivato l’inglese exit e l’espressione latina del gergo medico che indica la morte di un organismo.

dal 1991 vagavo in una realtà che conoscevo bene in quanto “oggettivazione”, o meglio reificazione di processi comunicativi; posso anzi dire di essere stato, per interessi e anagraficamente, uno di quelli che il web lo ha visto nascere e svilupparsi – all’università ovviamente e comunque abbastanza da lontano. dal 1993, però, come studente, ho fatto uso dei primi siti e ricordo ancora “Altavista” – dal 1996 circa – che per me era il motore di ricerca. ho usato il web poi al di là della pura ricerca accademica, come utente dei primi bullettin boards, poi forum, poi blog, poi il web 2.0… e il social web. non sono stato un tecnocrate, né un pioniere del protocollo, né uno dei fantastici cervelli che partorirono questa possibilità, ma sono stato un utente molto esperto e consapevole, integrato e immerso, sì. per me è stata una stagione felice e con fiducia ho atteso che questa tecnologia ci liberasse dall’ignoranza, dalla paura e dall’approssimazione.

oggi, dopo 23 anni posso dire che questa stagione ha clamorosamente fallito.

il Web non ha migliorato di una spanna questo mondo se non su un solo fronte: l’intrattenimento a scopo di perdita di tempo davanti a uno schermo. i forum, i blog, i social networks sono diventati gli equivalenti dei cessi pubblici coperti di scritte e insulti. o dei bar malfamati in cui gente senz’arte né parte ammazzava il tedio o coltivava delle magnifiche spalle tonde. le iniziative lodevoli o le reali occasioni di crescita e creatività – che esistono anche solo come statistica certezza in tanto universo di informazioni – sono soffocate totalmente dal ciarpame. la politica continua a peggiorare, lo sfruttamento delle risorse e l’inquinamento allo stesso modo, l’ignoranza e la superstizione, insieme con l’arroganza del potere e della menzogna politica sono cresciute a ritmi esponenziali superando in una perversa legge di Moore ogni possibile vantaggio tecnologico. sì: qualche striscia a fumetti in più, una grande esplosione visiva di materiale grafico (foto e arte) ma al prezzo di tanta, tanta, tanta, troppa, troppa, troppa dissipazione di risorse mentali, cognitive, temporali. e inquinamento percettivo.

ho già conosciuto questo scoramento ogni volta che ho chiuso una fase della mia attività di blogger e osservatore del reale, per ben tre volte in 18 anni ho aperto e chiuso i miei blog: anARca, Faustpatrone e ora sospenderò questo sito, più volte replicato su domini gratuiti prima di questo. ma mai avevo considerato l’ipotesi di tagliare con la tecnologia della comunicazione. ho sempre cercato, sperando, di calibrare, comprendere, modificarmi. rinnovarmi. molto probabilmente ho fallito anche in questo e questa è una delle cose più dolorose per me sul piano professionale e comunicativo, ho fallito credendo di poter contribuire a una crescita e a una rivoluzione ancora da compiere. penso sinceramente che il Web ora come ora sia una portentosa macchina di distrazione di massa equivalente alla televisione, almeno nei macro-effetti e nel sistema di scala. nella comunicazione di massa esso è infatti indistinguibile dalla TV spazzatura, a dispetto della presunta “libertà di scelta”. il Web 2.0 ha modificato solo certe modalità di interazione distrattiva e non costruttiva, ha soltanto introdotto nuove insignificanti variabili in un calcolo che mira a una sola funzione: rimbecillire e illudere. cambiando l’ordine dei fattori il risultato non muta. disordine. ignoranza. perdita di tempo, spreco.

certo, la struttura pubblicistica e la bulimia di “notizie” che ci è ammanita come progresso, ci ha abituato a credere che le novità rivoluzionarie si susseguissero in crescendo. è facile pensare in ogni momento di aver scoperto oggi la rivoluzione comunicativa che renderà obsoleto persino il futuro. come l’obsolescenza accelerata dei prodotti tecnologici, vera e autentica tecnospazzatura, le novità sul web, in ogni ambito, ci illudono che una nuova alba sia alle porte, che finalmente potremo realizzare il sogno dell’intelligenza interconnessa, collettiva, autogena e autopoietica. illusioni. pure e semplici illusioni. pericolose per svariati motivi. marketing delle idee e del tecno-evangelismo che sforna un Messia al secondo mentre appassisce il vecchio dio sull’ennesima croce. il ciarpame, la palta, la cloaca avanzano su ogni fronte. accompagnate da terabyte di insignificanza, di foto su foto delle ennesime briciole di esistenza sovramedializzata, neoplastica e indifferente. i contenuti buoni? ci sono, come in TV ma, esattamente come in TV, sono sovrastati e sepolti dal ciarpame oceanico. l’unica differenza è per ora siamo teoricamente liberi di organizzarci il palinsesto, mentre in TV il pattume è sistematicamente stabilito. ma se devo perdere ore a cercare informazione e dibattito di qualità in rete, questo è quasi altrettanto improduttivo che oziare per ore subendo baggianate da uno schermo fosforescente.

certo, mi si potrebbe obiettare: “Sei stato ingenuo a credere che uno strumento di comunicazione potesse cambiare la realtà.” l’obiezione non è priva di merito, ma per comprendere il quadro occorre capire che tale constatazione (e contestazione) ha luogo in un’epoca in cui al rappresentato è attribuito con quasi assoluta unanimità lo status di reale – e l’eccezione significativa in questa visione allucinata è data proprio da quei neoluddisti tanto esecrati dal comune e civile buonsenso – e che questa rampogna è quasi sempre mossa da individui che non hanno dubbi sulla rappresentatività delle istituzioni liberali, neoliberiste e democratiche postindustriali, le quali sono innegabilmente diventate, almeno da 40 anni a questa parte, un mero e vuoto artificio rappresentativo del potere. un teatrino delle insignificanze in cui ci si scanna per questioni puramente superficiali. sentirsi dare dell’ingenuo da gente che va a votare in uno qualsiasi dei paesi occidentali e in via di occidentalizzazione, fra due lupi e una pecora…

Democracy-is-two-wolves-and-a-sheep-voting-on-whats-for-dinner

…e anche ormai in nazioni che vengono fagocitate da un modello mercantile e consumista, è francamente questione che non si pone per manifesta indegnità del proponente. viviamo nell’epoca della reificazione del rappresentato, in cui un semplice annuncio di fiducia nei mercati e nelle loro “riforme” o una speculazione borsistica corrisponde a effetti concreti sulla vita reale di milioni di uomini. sentirsi dare degli avulsi dalla realtà da una simile congerie umana e sociale fa obiettivamente ridere. in effetti a ben guardare tutte le grandi e reali crisi del millennio non sono altro che pesanti incursioni del reale in un mondo che vive in una specie di ipnosi e psicosi allucinatoria indotta a arte. da un lato un sistema moribondo e devastante lotta per imporre surrettiziamente la propria filosofia come sola realtà possibile, dall’altro – e non senza, si badi, anche lì grossolane e significative contraddizioni – si assiste a fenomeni di rigetto e rivolta che sono provocati e esacerbati dalla stessa foga normatoria e livellante di questo potere economico e economicista, a partire dal jihadismo dei califfati variamente foraggiati da elites di potere economico, fino alle rivolte urbane, variamente impotenti (al momento, almeno).

non voglio affatto affermare che il re sia un pupazzo vuoto, attenzione! è evidente che qualunque potere, quindi anche quello della finanza e del mercato, si fonda su reali, tangibili, snodi di forze, risorse, disponibilità, sostanze e volontà concrete, su basi materiali e volitive ben chiare e definite. voglio però aggiungere che per la stragrande totalità delle persone, ossia quell’80% di individui terrestri che non detiene l’80% delle ricchezze la realtà è condizionata a e da una rappresentazione che li fa scagliare contro fantasmi, mulini a vento, fumo… a tutto vantaggio dei farabutti a cui fa comodo una simile diseguaglianza di reddito e potere. chiacchiere su inezie, dettagli, conflitti superficiali, impediscono alla massa di mettere a fuoco la reale portata dei problemi e delle responsabilità. inoltre una libertà di parola costruita e incentivata in modo da non avere alcun seguito in termini di azione diretta, immediata e concreta non è che un narcotico effetto placebo.

in una frase, la mappa del potere non è leggibile.

e se la situazione offre qualche scarna possibilità, questa circostanza è probabilmente molto meno proficua per noi di quanto non lo fosse per per il contadino analfabeta del Tirolo, o della Sassonia durante la prima grande convulsione economica europea, nell’epoca della Bauernkrieg.  lì perlomeno – pur non parlando il linguaggio dei potenti e non sapendo niente delle loro intenzioni – il villico capiva a vista chi era il “nemico” e che faccia avesse il potere, e soprattutto dove risiedesse chi prendeva le decisioni. il Web, insomma, ma non solo, è diventato ormai l’inefficace platea in cui ci si può lamentare praticamente quasi su tutto il lamentabile a patto che questa attività surrogata ci tenga ben lontani non solo da ogni salvifico atto insurrezionale e rivoluzionario ma persino anche da un più modesto e concertato cammino progressivo di risoluzione minima concreta dei nostri guai. e il peggio è che questa modalità di non-trasparenza e distrazione agisce anche nei più tradizionali luoghi del confronto politico e sociale che poi devono comunque passare dalle forche caudine di una medializzazione truffaldina, disonesta e deformante. ancora una volta Theodore J. Kaczinsky ha colto nel segno quando scrive quel che scrive nell’illuminante apologo (o parabola) della “Nave dei Folli”, che qui riportiamo in inglese e italiano e che condivido quasi totalmente con qualche trascurabile avvertenza.

[testo orig. Crapaganda, trad. it. dal sito Inhuman Cage e Arianna Editrice]

Ship of Fools

Ted J. Kaczinsky (copyright 1999)

Once upon a time, the captain and the mates of a ship grew so vain of their seamanship, so full of hubris and so impressed with themselves, that they went mad. They turned the ship north and sailed until they met with icebergs and dangerous floes, and they kept sailing north into more and more perilous waters, solely in order to give themselves opportunities to perform ever-more-brilliant feats of seamanship.

As the ship reached higher and higher latitudes, the passengers and crew became increasingly uncomfortable. They began quarreling among themselves and complaining of the conditions under which they lived.

“Shiver me timbers,” said an able seaman, “if this ain’t the worst voyage I’ve ever been on. The deck is slick with ice; when I’m on lookout the wind cuts through me jacket like a knife; every time I reef the foresail I blamed-near freeze me fingers; and all I get for it is a miserable five shillings a month!”

“You think you have it bad!” said a lady passenger. “I can’t sleep at night for the cold. Ladies on this ship don’t get as many blankets as the men. It isn’t fair!”

A Mexican sailor chimed in: “¡Chingado! I’m only getting half the wages of the Anglo seamen. We need plenty of food to keep us warm in this climate, and I’m not getting my share; the Anglos get more. And the worst of it is that the mates always give me orders in English instead of Spanish.”

“I have more reason to complain than anybody,” said an American Indian sailor. “If the palefaces hadn’t robbed me of my ancestral lands, I wouldn’t even be on this ship, here among the icebergs and arctic winds. I would just be paddling a canoe on a nice, placid lake. I deserve compensation. At the very least, the captain should let me run a crap game so that I can make some money.”

The bosun spoke up: “Yesterday the first mate called me a ‘fruit’ just because I suck cocks. I have a right to suck cocks without being called names for it!”

It’s not only humans who are mistreated on this ship,” interjected an animal-lover among the passengers, her voice quivering with indignation. “Why, last week I saw the second mate kick the ship’s dog twice!”

One of the passengers was a college professor. Wringing his hands he exclaimed,
“All this is just awful! It’s immoral! It’s racism, sexism, speciesism, homophobia, and exploitation of the working class! It’s discrimination! We must have social justice: Equal wages for the Mexican sailor, higher wages for all sailors, compensation for the Indian, equal blankets for the ladies, a guaranteed right to suck cocks, and no more kicking the dog!”

“Yes, yes!” shouted the passengers. “Aye-aye!” shouted the crew. “It’s discrimination! We have to demand our rights!”

The cabin boy cleared his throat.

“Ahem. You all have good reasons to complain. But it seems to me that what we really have to do is get this ship turned around and headed back south, because if we keep going north we’re sure to be wrecked sooner or later, and then your wages, your blankets, and your right to suck cocks won’t do you any good, because we’ll all drown.”

But no one paid any attention to him, because he was only the cabin boy.

The captain and the mates, from their station on the poop deck, had been watching and listening. Now they smiled and winked at one another, and at a gesture from the captain the third mate came down from the poop deck, sauntered over to where the passengers and crew were gathered, and shouldered his way in amongst them. He put a very serious expression on his face and spoke thusly:

“We officers have to admit that some really inexcusable things have been happening on this ship. We hadn’t realized how bad the situation was until we heard your complaints. We are men of good will and want to do right by you. But ? well ? the captain is rather conservative and set in his ways, and may have to be prodded a bit before he’ll make any substantial changes. My personal opinion is that if you protest vigorously ? but always peacefully and without violating any of the ship’s rules ? you would shake the captain out of his inertia and force him to address the problems of which you so justly complain.”

Having said this, the third mate headed back toward the poop deck. As he went, the passengers and crew called after him, “Moderate! Reformer! Goody-liberal! Captain’s stooge!” But they nevertheless did as he said. They gathered in a body before the poop deck, shouted insults at the officers, and demanded their rights: “I want higher wages and better working conditions,” cried the able seaman. “Equal blankets for women,” cried the lady passenger. “I want to receive my orders in Spanish,” cried the Mexican sailor. “I want the right to run a crap game,” cried the Indian sailor. “I don’t want to be called a fruit,” cried the bosun. “No more kicking the dog,” cried the animal lover. “Revolution now,” cried the professor.

The captain and the mates huddled together and conferred for several minutes, winking, nodding and smiling at one another all the while. Then the captain stepped to the front of the poop deck and, with a great show of benevolence, announced that the able seaman’s wages would be raised to six shillings a month; the Mexican sailor’s wages would be raised to two-thirds the wages of an Anglo seaman, and the order to reef the foresail would be given in Spanish; lady passengers would receive one more blanket; the Indian sailor would be allowed to run a crap game on Saturday nights; the bosun wouldn’t be called a fruit as long as he kept his cocksucking strictly private; and the dog wouldn’t be kicked unless he did something really naughty, such as stealing food from the galley.

The passengers and crew celebrated these concessions as a great victory, but the next morning, they were again feeling dissatisfied.

“Six shillings a month is a pittance, and I still freeze me fingers when I reef the foresail,” grumbled the able seaman. “I’m still not getting the same wages as the Anglos, or enough food for this climate,” said the Mexican sailor. “We women still don’t have enough blankets to keep us warm,” said the lady passenger. The other crewmen and passengers voiced similar complaints, and the professor egged them on.

When they were done, the cabin boy spoke up ? louder this time so that the others could not easily ignore him:

“It’s really terrible that the dog gets kicked for stealing a bit of bread from the galley, and that women don’t have equal blankets, and that the able seaman gets his fingers frozen; and I don’t see why the bosun shouldn’t suck cocks if he wants to. But look how thick the icebergs are now, and how the wind blows harder and harder! We’ve got to turn this ship back toward the south, because if we keep going north we’ll be wrecked and drowned.”

“Oh yes,” said the bosun, “It’s just so awful that we keep heading north. But why should I have to keep cocksucking in the closet? Why should I be called a fruit? Ain’t I as good as everyone else?”

“Sailing north is terrible,” said the lady passenger. “But don’t you see? That’s exactly why women need more blankets to keep them warm. I demand equal blankets for women now!”

“It’s quite true,” said the professor, “that sailing to the north imposes great hardships on all of us. But changing course toward the south would be unrealistic. You can’t turn back the clock. We must find a mature way of dealing with the situation.”

“Look,” said the cabin boy, “If we let those four madmen up on the poop deck have their way, we’ll all be drowned. If we ever get the ship out of danger, then we can worry about working conditions, blankets for women, and the right to suck cocks. But first we’ve got to get this vessel turned around. If a few of us get together, make a plan, and show some courage, we can save ourselves. It wouldn’t take many of us ? six or eight would do. We could charge the poop, chuck those lunatics overboard, and turn the ship to the south.”

The professor elevated his nose and said sternly, “I don’t believe in violence. It’s immoral.”

“It’s unethical ever to use violence,” said the bosun.

“I’m terrified of violence,” said the lady passenger.

The captain and the mates had been watching and listening all the while. At a signal from the captain, the third mate stepped down to the main deck. He went about among the passengers and crew, telling them that there were still many problems on the ship.

“We have made much progress,” he said, “But much remains to be done. Working conditions for the able seaman are still hard, the Mexican still isn’t getting the same wages as the Anglos, the women still don’t have quite as many blankets as the men, the Indian’s Saturday-night crap game is a paltry compensation for his lost lands, it’s unfair to the bosun that he has to keep his cocksucking in the closet, and the dog still gets kicked at times.

“I think the captain needs to be prodded again. It would help if you all would put on another protest ? as long as it remains nonviolent.”

As the third mate walked back toward the stern, the passengers and the crew shouted insults after him, but they nevertheless did what he said and gathered in front of the poop deck for another protest. They ranted and raved and brandished their fists, and they even threw a rotten egg at the captain (which he skillfully dodged).

After hearing their complaints, the captain and the mates huddled for a conference, during which they winked and grinned broadly at one another. Then the captain stepped to the front of the poop deck and announced that the able seaman would be given gloves to keep his fingers warm, the Mexican sailor would receive wages equal to three-fourths the wages of an Anglo seaman, the women would receive yet another blanket, the Indian sailor could run a crap game on Saturday and Sunday nights, the bosun would be allowed to suck cocks publicly after dark, and no one could kick the dog without special permission from the captain.

The passengers and crew were ecstatic over this great revolutionary victory, but by the next morning they were again feeling dissatisfied and began grumbling about the same old hardships.

The cabin boy this time was getting angry.

“You damn fools!” he shouted. “Don’t you see what the captain and the mates are doing? They’re keeping you occupied with your trivial grievances about blankets and wages and the dog being kicked so that you won’t think about what is really wrong with this ship –? that it’s getting farther and farther to the north and we’re all going to be drowned. If just a few of you would come to your senses, get together, and charge the poop deck, we could turn this ship around and save ourselves. But all you do is whine about petty little issues like working conditions and crap games and the right to suck cocks.”

The passengers and the crew were incensed.

“Petty!!” cried the Mexican, “Do you think it’s reasonable that I get only three-fourths the wages of an Anglo sailor? Is that petty?

“How can you call my grievance trivial? shouted the bosun. “Don’t you know how humiliating it is to be called a fruit?”

“Kicking the dog is not a ‘petty little issue!’” screamed the animal-lover. “It’s heartless, cruel, and brutal!”

“Alright then,” answered the cabin boy. “These issues are not petty and trivial. Kicking the dog is cruel and brutal and it is humiliating to be called a fruit. But in comparison to our real problem ? in comparison to the fact that the ship is still heading north ? your grievances are petty and trivial, because if we don’t get this ship turned around soon, we’re all going to drown.

“Fascist!” said the professor.

“Counterrevolutionary!” said the lady passenger. And all of the passengers and crew chimed in one after another, calling the cabin boy a fascist and a counterrevolutionary. They pushed him away and went back to grumbling about wages, and about blankets for women, and about the right to suck cocks, and about how the dog was treated. The ship kept sailing north, and after a while it was crushed between two icebergs and everyone drowned.

copyright (c) 1999 Ted Kaczynski

 

 

La Nave dei Folli

C’era una volta una nave il cui capitano e marinai divennero così fieri della propria maestria, così pieni di hybris e così fieri di se stessi che impazzirono. Girarono la nave verso nord e navigarono fino ad incontrare iceberg e pericolose correnti e continuarono a navigare a nord verso acque via via più perigliose, solamente per godere della possibilità d’eseguire atti di navigazione sempre più brillanti.

Mentre la nave raggiungeva latitudini via via più alte i passeggeri e i marinai divennero progressivamente nervosi. Iniziarono a bisticciare tra loro e a lamentarsi delle proprie condizioni di vita.

“Dio mi fulmini se questo non è il peggior viaggio che ho mai fatto!” esclamò un vecchio marinaio. “La coperta è lucida di ghiaccio; quando sono di vedetta il vento mi taglia il giaccone come un coltello; ogni volta che cazzo la randa per poco non mi congelo le dita; e per tutto quello che ci guadagno sono cinque miseri scellini al mese!”.

“Pensi che ti vada male!” disse una passeggera. “Io non riesco a dormire la notte per il freddo. Le donne a bordo non ricevono tante coperte quanto gli uomini. Non è giusto!”

Un marinaio messicano li interruppe: “Chingado! Io ricevo solo la metà dei soldi dei marinai inglesi. Abbiamo bisogno di molto cibo per tenerci caldi in questo clima e io continuo a non ricevere la mia parte; gli inglesi ne hanno di più. E la cosa peggiore è che i marinai continuano a darmi ordini in inglese invece che in spagnolo”.

“Io avrei più motivi di tutti per lamentarmi”, disse un nativo americano. “Se i visipallidi non mi avessero privato delle mie terre ancestrali non mi troverei nemmeno su questa nave, qua tra gli iceberg e i venti polari. Starei vogando su una canoa su un bel lago placido. Ho diritto ad un indennizzo. Per lo meno il capitano dovrebbe concedermi di allestire del gioco d’azzardo in modo che possa guadagnare qualcosa”.

Il nostromo si fece avanti: “Ieri il capo marinaio mi ha chiamato “frocetto” perché succhio cazzi. Ho il diritto di succhiare cazzi senza essere insultato!”

“Non sono solo gli umani ad essere maltrattati su questa nave”, evidenziò un amante degli animali tra i passeggeri, la voce tremante per l’indignazione. “La settimana scorsa ho visto un mozzo calciare ben due volte il cane della nave!”

Uno dei passeggeri era un professore universitario. Fregandosi le mani esclamò: “Ma tutto questo è terribile! E’ immorale! Razzismo, sessismo, specismo, omofobia e sfruttamento della classe proletaria! E’ discriminatorio! Dobbiamo ottenere giustizia sociale. Equi diritti per il marinaio messicano, salari più alti per tutti i marinai, un indennizzo per l’indiano, eque coperte per le signore, un diritto garantito di succhiare cazzi e niente più calci al cane!”

“Si, si!” urlano i passeggeri e i marinai. “E’ discriminazione! Dobbiamo affermare i nostri diritti!”

Un mozzo si schiarì la voce: “Ahem. Avete tutti buone ragioni per protestare. Ma mi sembra che ciò che dobbiamo davvero fare sia girare la nave e puntare a sud, perché se continuiamo verso nord prima o poi naufragheremo sicuramente e allora i vostri salari, le vostre coperte, e il tuo diritto a succhiare cazzi saranno inutili, perché annegheremo tutti”.

Ma nessuno lo degnò d’attenzione, perché era solo un mozzo.

Il capitano e gli ufficiali, dalla loro stazione a poppa li avevano osservati ed ascoltati. Ora sorrisero tra loro e ad un gesto del capitano l’ufficiale in seconda scese dalla coperta a poppa, passò dove erano riuniti i passeggeri e i marinai e si fece largo in mezzo a loro. Assunse un’espressione serissima in volto e disse:

“Noi ufficiali dobbiamo ammettere che sulla nave sono accadute cose davvero imperdonabili. Non c’eravamo resi conto di quanto brutta fosse la situazione prima di sentire le vostre proteste. Noi siamo uomini di buona volontà e vogliamo comportarci in modo corretto. Ma, ehm, il capitano è un uomo piuttosto conservatore e probabilmente dovrà essere spronato un po’ prima che apporti cambiamenti significativi. La mia opinione personale è che se voi protestate vigorosamente – ma sempre in modo pacifico e senza violare le regole della nave – riuscirete a smuovere il capitano e a costringerlo a risolvere i problemi di cui vi lamentate così giustamente.”

Detto questo, l’ufficiale in seconda tornò sotto coperta a poppa. Mentre se ne andava i passeggeri gli urlavano dietro: “Moderato!Riformista! Liberale! Lecchino del capitano!”. Ma nonostante questo fecero quello che aveva detto loro. Si riunirono in un gruppo a poppa e si misero ad urlare insulti agli ufficiali e ad affermare i propri diritti: “Io voglio un salario più alto e migliori condizioni di lavoro”, urlò l’abile marinaio. “Eguali coperte per le donne!” urlò la passeggera.“Voglio ricevere i miei ordini in spagnolo”, urlò il marinaio messicano. “Voglio il diritto d’organizzare giochi d’azzardo” urlò il marinaio indiano. “Non voglio essere chiamato frocetto!” urlò l’omosessuale. “Basta calciare il cane!” urlò l’amante degli animali. “Rivoluzione ora!” urlò il professore.

Il capitano e gli ufficiali si riunirono e confabularono per diversi minuti, ammiccando, accennando e sorridendo gli uni agli altri per un certo tempo. Quindi il capitano uscì a poppa e con grande benevolenza annunciò che il salario dell’abile marinaio sarebbe stato aumentato a sei scellini al mese; il salario del marinaio messicano sarebbe stato incrementato a 2/3 di quello degli inglesi e che gli ordini di cazzare la randa gli sarebbero stati dati in spagnolo; la passeggera avrebbe ricevuto una coperta in più; al marinaio indiano sarebbe stato permesso di organizzare giochi d’azzardo la domenica sera; l’omosessuale non sarebbe stato più chiamato frocetto purchè succhiasse cazzi privatamente; e il cane non sarebbe stato calciato a meno che non avesse commesso qualcosa di davvero cattivo come rubare del cibo.

I passeggeri e i marinai celebrarono queste concessioni come grandi vittorie, ma la mattina dopo si sentivano nuovamente insoddisfatti.

“Sei scellini al mese sono una miseria e continuo a gelarmi le mani quando cazzo la randa” si lamentò l’abile marinaio. “Continuo a non ricevere lo stesso salario dei marinai inglesi e cibo insufficiente in questo clima” disse il marinaio messicano. “Noi donne non abbiamo ancora abbastanza coperte per tenerci al caldo” disse la passeggera. Gli altri passeggeri e marinai espressero simili lamentele e il professore continuò a spronarli.

Quando ebbero finito il mozzo si fece avanti – a voce più alta questa volta in modo tale che gli altri non potessero facilmente ignorarlo:

“E’ davvero terribile che il cane venga calciato per aver rubato un po’ di pane e che le donne non abbiano abbastanza coperte e che l’abile marinaio si congeli le dita e non vedo perché il nostromo non dovrebbe succhiare cazzi se ne ha voglia. Ma guardate che grossi che sono gli iceberg adesso e come il vento soffia forte! Dobbiamo girare la nave verso sud, perché se continuiamo verso nord  naufragheremo e annegheremo.”

“Già”, disse il nostromo, “è terribile che continuiamo a dirigerci a nord. Ma perché dovrei continuare a succhiare cazzi di nascosto? Perché devo essere chiamato frocetto? Non valgo come tutti gli altri?”

“Navigare a nord è una cosa terribile”, disse la passeggera, “ma non vedi? Questa è proprio la ragione perché le donne hanno bisogno di più coperte per scaldarsi. Esigo un numero equo di coperte per le donne ora!”

“E’ verissimo”, disse il professore, “che navigare a nord è causa di grandi difficoltà per noi tutti. Ma dirigere la rotta a sud non sarebbe realistico. Non si possono portare le lancette indietro. Dobbiamo trovare un modo maturo per affrontare la situazione”.

“Guardate,” disse il mozzo, “se lasciamo mano libera a quei pazzi a poppa affogheremo tutti. Se riusciremo a salvare la nave, allora potremo preoccuparci delle condizioni di lavoro, delle coperte per le donne e del diritto di succhiare cazzi. Ma prima dobbiamo girare il vascello. Se alcuni di noi si uniscono, elaborano un piano e si fanno coraggio riusciremo a salvarci. Non ci vorrebbero molti di noi – sei o otto basterebbero. Potremo assaltare la poppa, rovesciare quei folli fuori bordo e girare la nave verso sud.”

Il professore alzò il naso e disse in modo gravoso: “Io non credo alla violenza. E’ immorale”. “L’uso della violenza è sempre poco etico” disse il nostromo. “Sono terrorizzata dalla violenza” disse la passeggera.

Il capitano e gli ufficiali avevano osservato ed ascoltato il tutto. Ad un segnale del capitano l’ufficiale in seconda uscì da sottocoperta e passò tra i passeggeri e i marinai, dicendo loro che c’erano ancora molti problemi sulla nave:

“Abbiamo fatto molti progressi”, disse, “ma molto resta ancora da fare. Le condizioni di lavoro dell’abile marinaio sono ancora dure, il messicano non sta ancora ricevendo lo stesso salario degli inglesi, le donne non hanno ancora tante coperte quanto gli uomini, il gioco d’azzardo domenicale dell’indiano sono un indennizzo risibile per la perdita delle sue terre ancestrali, è ingiusto che il nostromo debba succhiare cazzi di nascosto e che il cane a volte venga ancora calciato. Penso che il capitano debba essere spronato nuovamente. Aiuterebbe se tutti voi organizzaste un’altre protesta – purchè non violenta”.

Mentre l’ufficiale in seconda camminava verso poppa i passeggeri e i marinai si misero ad urlargli insulti, ma ciononostante fecero quello che aveva detto loro e si riunirono davanti alla cabina per un’altra protesta. Schiamazzarono, minacciarono e mostrarono i pugni e addirittura tirarono un uovo al capitano (che lo schivò abilmente).

Dopo aver sentito le loro proteste il capitano e gli ufficiali si riunirono per un’assemblea, durante la quale sogghignarono e ammiccarono gli uni agli altri. Quindi il capitano scese a poppa ed annunciò che l’abile marinaio avrebbe ricevuto guanti per tenere le mani al caldo, che il marinaio messicano avrebbe ricevuto un salario il ¾ quello degli inglesi, che le donne avrebbero ricevuto un’ulteriore coperta, che il marinaio indiano avrebbe organizzato giochi d’azzardo il sabato e la domenica sera, che al nostromo sarebbe stato permesso di succhiare cazzi pubblicamente con il buio e che nessuno sarebbe stato autorizzato a calciare il cane senza previa autorizzazione del capitano.

I passeggeri e i marinai furono entusiasti per questa grande vittoria rivoluzionaria, ma la mattina dopo tornarono nuovamente a sentirsi insoddisfatti e iniziarono a lamentarsi dei vecchi problemi.

Questa volta il mozzo iniziava ad arrabbiarsi:

“Maledetti idioti!”, urlava, “Non vedete quello che il capitano e gli ufficiali stanno facendo? Vi stanno tenendo occupati con le vostre triviali preoccupazioni riguardo a coperte, salari e i calci al cane in modo che non vi concentriate sul vero problema della nave – che si sta dirigendo sempre più a nord e che annegheremo. Se solamente alcuni di voi rinvenissero e si unissero e assaltassero la cabina potremo girare la nave e salvarci. Ma non fate che lamentarvi di inutili dettagli come le condizioni di lavoro e giochi d’azzardo e il diritto a succhiare cazzi”.

I passeggeri e i marinai s’infuriarono: “Inutili!”, urlò il messicano, “Pensi sia una cosa ragionevole che io riceva un salario che è ¾ di quello degli inglesi? Questo è irrilevante?”

“Come puoi definire i miei problemi triviali?”, urlò il nostromo, “Non capisci quanto sia umiliante sentirsi chiamare frocetto?” “Calciare il cane non è un “inutile dettaglio”!”, urlò l’amante degli animali, “è brutale e crudele!”

“D’accordo allora”, rispose il mozzo. “Questi problemi non sono inutili o triviali. E’ crudele e brutale calciare il cane ed è umiliante essere chiamato “frocetto”. Ma se paragonato al vero problema – il fatto che la nave è ancora diretta a nord – i vostri problemi sono cosucce triviali, perché se non giriamo la nave in tempo annegheremo tutti.”

“Fascista!” urlò il professore.

“Controrivoluzionario!” urlò la passeggera. E tutti i passeggeri e i marinai, uno dopo l’altro, si misero a chiamare il mozzo “fascista” e “controrivoluzionario”. Lo spinsero via e tornarono a lamentarsi dei salari, delle coperte per le donne, del diritto di succhiare cazzi e del modo in cui il cane veniva trattato. La nave continuò a dirigersi a nord e dopo un po’ fu schiacciata tra due iceberg e tutti annegarono.

© Ted Kaczynski, 1999

chi pensa ancora il contrario dopo queste letture, o crede che il cyberattivismo sia qualcosa di diverso da una scaramuccia sull’inessenziale, è invitato a dimostrarmi che assemblee, web-petizioni, indignati in tutte le Plaza di Porta del Sol del mondo, marciatori sensibilizzati abbiano invertito anche solo di mezzo grado la rotta assassina e impazzita del liberismo economicista. dubito che saprà sorprendermi.

a tutto questo occorre aggiungere che il sistema sta già mettendo a punto fantastici anticorpi per neutralizzare ogni traccia di pensiero critico con una strategia semplice ma estremamente efficiente e efficace: le bufale come “rumore bianco”. anche ammesso che trapeli nella Rete qualche notizia scomoda o esista qualche informatore abbastanza idealista, folle e onesto da dire la verità su realtà scomode, è sufficiente fabbricare false flag e finte risse – con falsi costruiti ad hoc – per depotenziare ogni messaggio autentico. in un carnevale di bufale e controbufale, anche la verità non viene più riconosciuta. se le persone sono impegnate a polemizzare su malaccorti creduloni e ballismo satireggiante (i siti di evidenti “false notizie” satiriche ormai purtroppo fanno letteralmente il gioco del nemico, data l’incultura del pubblico) le risorse cognitive già limitate dalla bulimia informativa vengono praticamente ridotte a zero. non solo non si suona Beethoveen se si combatte contro un condominio immerso nel rumore bianco, o nella cacofonia, ma non si sente neppure l’allarme antincendio!

per questo ho deciso di farla finita.

col Web. con Internet e con ogni questione teorica e di principio ivi espressa. continuare a esistervi e a fruirne è altrettanto colpevole che tenere in casa un televisore acceso. se mi sono fortunatamente liberato di quest’ultimo è ora che lo faccia anche con il fallimentare dio della web-rivoluzione. le parole del resto hanno fatto il loro corso. immetterle in questa cloaca sarebbe un gettare le perle ai porci.

ringrazio di cuore chi ha avuto la bontà di ascoltarmi e criticarmi con intelligenza e spirito di costruttività. a questa, e solo a questa, risicatissima umanità di teste libere e cervelli integri vanno le mie umilissime scuse e le mie insufficienti gratitudini. chi volesse contattarmi davvero sa come farlo, e se ci sarà concesso e se ne varrà la pena, interloquiremo su piani e secondo codici e canali assolutamente differenti, ma indubitabilmente migliori e produttivi. su un piano diverso da quello della melassa rappresentativa. se non avete voglia o forza di contattarmi senza email o sito o altro, sicuramente per voi non vale la pena e quasi sicuramente neanche per me.

Furio Detti esce e ritorna alle origini.

exitus

tentativo di politometro universale

Ingres,_Napoleon_on_his_Imperial_throne

da tempo mi sono interrogato sui criteri che dovrebbero identificare un ottimo politico e un ottimo capo. stanti le migliaia di differenti configurazioni politiche-sociali-ideologiche ho scartato come comunque relativamente attendibili tutti i criteri di contenuto, ossia criteri che comportassero l’adozione o l’apprezzamento di un preciso modello ideologico/politico.

mi è parso fondamentale infatti che i criteri per l’identificazione di un’eccellente guida politica debbano essere formali e parametrici, ossia debbano essere universalmente applicabili non solo a qualsiasi epoca ma anche a qualsiasi configurazione della rappresentanza e del potere politico o quasi (ho escluso per ovvie ragioni le società anarchiche, ossia prive del concetto di capo e primazialità). solo così, come per gli imperativi formali categorici kantiani, avrei avuto una formulazione universale e applicabile a priori dalle contingenze storiche, ideologiche e politiche.

seconda cosa: ho pensato e formulato detti criteri in maniera che potessero essere non già e non solo comprensibili, ma immediatamente applicabili e verificabili dall'”uomo della strada privo o quasi di nozioni articolate di diritto, sociologia, economia, e altre discipline.

penso adesso di poter enunciare questi criteri, con la sensazione che, qualora doveste verificarne la mancanza di almeno due su cinque riguardo chi vi governa, potrei persino suggerirvi che non solo non siete di fronte a un ottimo/buon capo politico, ma siete probabilmente davanti a autentici farabutti della peggior specie.

fate voi la prova cari amici.

i criteri del mio “Tentativo di Politometro Universale” sono queste cinque voci:

Il Capo che esamino…

1. Ha sofferto per un periodo abbastanza lungo (almeno il 20%) e/o significativo della sua esistenza le stesse condizioni di vita richieste o imposte per sua espressa volontà al più disagiato dei suoi attuali concittadini?

2. Le sue condizioni di vita come governante seguono, almeno in proporzione, lo stesso andamento delle condizioni di vita medie dei suoi sottoposti?

3. È coerente nella conduzione della sua vita quotidiana con i valori/idee che predica?

4. È disposto ad assumersi la piena responsabilità delle sue decisioni anche quando sono assunte dai suoi subordinati in autonomia?

5. È disposto qualora si verificasse il fallimento completo della sua idea politica a togliersi la vita? [per i leader morti: lo ha fatto?]