Miglioramenti | Fedeli al Futuro

Ascoltatela bene questa incolta. Perché è il futuro.

Oggi: niente bocciature alla primaria. Nel 2025 diranno “Niente bocciature alla secondaria inferiore”. Nel 2045 “Niente bocciature al Liceo” e nel 2055 “Tutti laureati con 110 e lode anche se sono stati a fumarsi la Giamaica in canne al cesso.” I risultati arriveranno senza dubbio. Già ora il ministro è quel che è. Lasciamoli lavorare ci sta che fra 30 anni avremo il cavernicolo Oetzi come vertice della scuola pubblica. In fin dei conti, forse, aveva scoperto come grattarsi il sedere con due pietre. Se non sarà qualificato lui?

dalla fogna alla gogna | docenza, infanzia, giochi e una lezione di realismo per chi insegna

a Siena un asilo fa giocare i bambini nudi con la schiuma. Apriti cielo: gli sciacalli della politica scatenano la furia social dei web-genitori.

qui l’articolo: http://sienanews.it/in-evidenza/il-re-e-nudo-non-i-bambini/

qui di seguito le mie considerazioni essenziali:

Dalla fogna (social) alla gogna (giudiziaria)… il perché.
Innanzi tutto la mia solidarietà, non solo di collega ma anche di uomo, va alle operatrici e insegnanti dell’asilo Monumento; sono troppo esperto del mondo per non immaginare che mai e poi mai dei professionisti del settore avrebbero innescato situazioni anche solo lontanamente ambigue e censurabili. Con dei bambini poi!!!!
Detto questo il mio umile parere è che stante il contesto in cui operano le insegnanti hanno commesso un solo errore: si sono fidate della società che stava loro intorno. Purtroppo ogni questione di pubblico interesse viene prima deferita al tribunale dei social media e della politica: una fogna. Fogna. Lo ripeto: fogna. Una fogna così zeppa di odio e risentimento, aggressività e voglia di linciaggio che qualsiasi faccenda diventa opportunità per lo sciacallaggio della malapolitica, del giornalismo, e manna dal cielo per l’idiozia conclamata. La società è sempre pronta a scannare il prossimo. I politici non vedono l’ora di cavalcare gli scandali (altrui) per far spesso dimenticare i propri. Il clima è così marcio che trattandosi di bambini un docente non può che mettere in pratica una regola d’oro: niente attività fisiche, vestiti abbottonati al colletto, meglio se come nell’Ottocento, alla larga da qualsiasi occasione di contatto corporeo. Seduti in classe e zitti. Non si rischia nulla e soprattutto non vale mai la pena rischiare per questo pubblico e queste persone: pronte a scannarti in piazza e in tribunale per niente. La scuola è noiosa? L’avete voluta così. Tenetevela. Rischiare qualcosa di anticonvenzionale, corporeo e fuori dagli schemi è solo la ricetta per finire alla gogna, perdere la reputazione, il lavoro futuro e perdere uno stipendio, ancorché miserabile. Chi non fa non sbaglia. Una lezione che purtroppo troppi docenti imparano ancora sulla propria pelle, quando non finiscono in tribunale, dati in pasto a un popolo incivile e rabbioso.

Intuito del Passato | lettera aperta a Gianluca Nicoletti

Sig. Nicoletti,

ho appena letto sulla testata de Il Fatto Quotidiano, la sua bordata contro la scuola pubblica, in merito alla triste vicenda del ragazzo autistico “isolato” dai genitori (e forse, chi sa…) dai compagni a San Giuseppe Jato (articolo di Alex Corlazzoli, 19 novembre 2016).

La cito esattamente come riporta il giornale:

“Su questo argomento c’è una totale, radicale e profonda ignoranza della scuola, degli insegnanti di sostegno, dei dirigenti, anche della neuropsichiatria. E’ chiaro che in mancanza di informazioni e cultura a San Giuseppe Jato si è fatta una cosa scellerata e abominevole. La scuola dovrebbe prevenire questi episodi. Immagino il disagio di quella mamma che ora con grande coraggio riporterà il figlio in quella classe. Quella madre si è trovata di fronte a dei genitori che hanno fatto un atto collettivo, preordinato”.

Sinceramente non capisco come lei possa anche solo pensare una cosa del genere riguardo alla scuola, dal momento che – se discriminazione c’è stata, o qualunque cosa sia stata l’azione dei genitori – è chiaro che si è trattato dell’iniziativa unilaterale e autonoma delle famiglie e che la scuola non c’entra un bel niente. Prendersela con insegnanti, personale e dirigenti, sparando a zero su di loro, approfittando del gesto improvviso e inconsulto di terze parti (i genitori) è non solo un atto sbagliato alla radice, ma è anche un atto insanamente ingiusto. In primo luogo, e parlo per diretta esperienza, Lei non parlerebbe così se avesse messo piede con seria  equanime partecipazione umana e personale in una qualunque scuola pubblica. Il sottoscritto ne ha conosciute ben cinque in dieci anni di insegnamento e quasi ovunque non ha solo incontrato persone che nonostante un riconoscimento economico ridicolo e offensivo, nonostante un disprezzo e una malevolenza diffuse verso il corpo docente (di cui le sue parole non sono che l’ennesimo, squallido esempio), si danno da fare ben oltre il dovuto, affrontando di persona e combattendo limiti strutturali, burocratici e personali di non poco conto, spesso rischiando del proprio in termini di assunzioni di responsabilità; ma ha anche conosciuto molta umanità a dispetto di ogni ostacolo e doloroso imprevisto. Parlo qui in particolare non tanto degli insegnanti “normali” (categoria di cui fortunatamente e nonostante tutto mi vanto di far parte) ma a nome degli insegnanti di sostegno in primo luogo, che sono stati così ingiustamente accusati e aggrediti da lei sulla stampa. Una categoria di persone malpagate, spostate da una scuola all’altra senza alcuna stabilità, che si spendono affrontando una varietà di disagi e problemi ogni giorno – altro che sparare facezie dai microfoni di Radio 24! Altro che radicale e totale ignoranza (sull’autismo e il resto!). In base alla mia esperienza posso confermarle che ogni errore “dalle nostre parti”  è stato quasi sempre frutto di una ricerca quotidiana per superare il difficile e il complesso “gioco” fra esigenze dei genitori, bisogni dei ragazzi e limiti strutturali, organizzativi e burocratici. Ho avuto una decina di ragazzi “sotto sostegno” in classe e posso garantire, leggendola, che lei non prova neanche a capirci qualcosa e non ha mai diviso neanche seriamente un minuto di confronto e empatia con chi lavora nel settore scolastico. Lei non ha uno straccio di idea di cosa succeda dall’altra parte del vetro. Leggendo quello che scrive mi è chiaro come lei non abbia mai neanche passato tre minuti in una classe con ragazzi bisognosi di sostegno e con le persone che se ne prendono cura, corpo docente dedicato e corpo docente “normale”. Penso alle ore non pagate di riunione, ai GLIC, ai rischi che si assumono i miei colleghi di sostegno con bambini comportamentali e disagi assortiti. Lascio qui perdere ogni ulteriore osservazione su personale ATA e dirigenza e neuropsichiatri. Con tutti i loro difetti, non ci vorrebbe una grande intelligenza a capire che molti, troppi dirigenti, sono anche fra l’incudine e il martello di un’utenza non sempre comprensiva, spesso poco consapevole e capace di decisioni autonome che sono a piacere censurabili quanto si crede, ma che restano sostanzialmente al di fuori del campo di azione di docenti e dirigenti e di una rigidità strutturale e di vincoli legali che scoraggiano ogni intervento “forte”. Come se fosse facile per noi “entrare nella testa e nelle intenzioni” di un gruppo di genitori X; o anche solo intervenire (e con che poteri poi?) sulle scelte altrui… altro che prevenire! Come se fosse facile per chi lavora all’interno contrastare certe tendenze dell’utenza, più o meno fondate, più o meno condivisibili. Nella scuola italiana come si fa, purtroppo, si sbaglia sempre e sempre si è sotto un linciaggio verbale e d’immagine che ha pochi confronti per altre categorie (a parte i politici). Lei ha messo tutti nel mucchio, tutti, fregandosene bellamente non solo della realtà delle cose, ma offendendo lo sforzo e la fatica di migliaia di persone corrette e lavoratori competenti. Migliaia. Pensare che lei scriva e dica certe cose, con il facile megafono dei colleghi, suoi pari, prendendosela oltretutto col soggetto sbagliato, fa davvero male, specialmente parlando di autismo e altri problemi dell’infanzia-adolescenza. La cosa lascia nelle orecchie e nella testa il fischio rauco della viltà, perlomeno quella intellettuale. Io posso solo essere lieto di risparmiare ulteriore tempo nell’ascoltarla e nel seguirla. Sperando perlomeno che abbia un doveroso ripensamento, sarebbe bello che si scusasse con queste persone per le sue parole così ingiuste, così gratuite, così sbagliate.

Siccome non sparo a zero su un mucchio, senza esperienza diretta, come fa lei, e per giunta il mucchio sbagliato… la lascio con un aneddoto assolutamente frutto di esperienza personale.

Io la seguo da anni, dai tempi di “Golem”. Lei una volta è venuto a Pisa in Aula Magna di Giurisprudenza a tenere una conferenza. Lei certamente non si ricorda di me, ma io invece mi ricordo di lei molto bene. Ricordo di averle proposto un’ipotesi di lavoro e confronto su una piattaforma-progetto di giornalismo studentesco, e ricordo molto bene la sua reazione, che allora mi parve fredda, disempatica e persino scostante. Non mi degnò che di mezzo monosillabo malmasticato e amen. Neanche mi lasciò un contatto utile.

In quel momento pensai immediatamente di aver incontrato una persona molto arrogante, piena di sé, indisponibile, menfreghista. Poi tacitai l’impressione – per natura tendo sempre a conferire il beneficio del dubbio a tutti, si figuri ai professionisti che ammiravo – e accantonai l’episodio, ritenendo di aver esagerato magari anche emotivamente.

Già qualche altra volta, di recente, l’ho sentita poco disposto a capire il prossimo e a sparare gratuità poco ragionevoli; ma adesso, dopo questa sua bordata così ingiusta e sgradevole verso professionisti che pur ammucchiando anche grandi cantonate – è inevitabile – si battono per i bambini autistici e non solo (e spesso anche contro certi genitori e certi ambienti esterni) ne ho una personale e limpida certezza: non mi sbagliavo affatto, l’intuito del passato ci aveva preso giusto. In prima battuta l’avevo “acchiappata” proprio bene. Se sono stato ingiusto è stato verso il me stesso di un quindicennio (o ventennio) fa.

Arroganza, presunzione e disempatia. La sua cifra.

Non se ne vanti troppo, mi raccomando.

Senza alcuna cordialità.

 

Furio DETTI

le cazzate “alla Zavalloni” | pudore e risparmio

«La morte è più leggera di una piuma. Il dovere più pesante della montagna.» Proverbio dei samurai

dev’essere dura al Fatto(ne) Quotidiano dover sopravvivere contando sulle sciampisterie a mezzo stampa di Madame Lucarelli e attirare l’attenzione di una sempre più distratta platea con articoli-boiata del sedicente “esperto” di turno.

ecco che un certo Zavalloni (mai coperto…) si sente in dovere di dire la sua, qui.

il meno che gli si possa augurare è di imparare in fretta a auto operarsi d’urgenza allo specchio in anestesia locale, sia mai che i chirurghi futuri, in quanto studenti, decidano di dargli sciaguratamente retta, seguendo il suo consiglio in massa: “Chi andrebbe a Teatro, sapendo di dover fare una relazione dopo sullo spettacolo che non verrà neanche letta?”.

“Chi di noi andrebbe a teatro sapendo che all’uscita ci viene assegnato come compito una relazione sullo spettacolo appena visto? Una relazione che poi, può darsi, nessuno leggerà mai. Mettiamoci per un attimo nei panni di uno studente.” [Il sedicente “esperto” Zavalloni]

ora, a parte l’abominevole cazzata del professore che non legge gli elaborati che assegna, che già inviterebbe un cervello pensante a cestinare le prodezze del nostro, sarebbe interessante un mondo in cui la quasi totalità delle persone evitasse di recarsi al lavoro potendo fare l’amore sotto le coperte e tirar tardi mattinata. 

che imbecilli al Pronto Soccorso o nelle cabine dei treni da pendolari delle sei!

chissà se avremo la gioia di vedere uno Zavalloni in  attesa di ambulanza e intervento salvavita e un autista che quella volta gli abbia dato veramente retta! mettiamoci nei panni di infermieri e autisti delle Ambulanze! come se i ragazzi dovessero pure lavorare per ingrata paga e necessità e non per investire su sé stessi. con totale mancanza di pudore un bel consiglio per il piacere facile contro il dovere difficile! un grande aiuto per il lavoro controcorrente e sempre più ingrato di insegnanti e educatori, e che suggerimento alla gioventù! e bravo Zavalloni, brava redazione de il Fatto(ne) Quotidiano!

però una cosa buona ne esce, per un insegnante come me, con il salario che ho risparmierò sui libri del nostro Esperto!

ciuco

[sopra: foto di un ciuco felice: gli han detto che persino uno Zavalloni scrive libri e articoli! c’è sempre speranza…]

 

tempo d’esami | aridaje con le cazzate

puntuale come la lebbra nella Bibbia o nelle vite dei Santi, ecco Giugno, ed ecco la sarabanda di stronzate messe in stampa dal giornalettume nazionalpopolare.

per un mese e mezzo, fino alla conclusione della Maturità, “opinionisti” e “esperti”, giornalisti inclusi – il che fa crollare già di per sé a livello suola da scarpa l’autorevolezza delle fonti – sciorineranno le loro miracolose ricette per una scuola efficace, da quegli stessi pulpiti in cui si glorificava senza vergogna né memoria, a turno, ora l’uno ora l’altro, opposto e antagonista, tentativo di “riforma del sistema educativo”; e senza alcun criterio che non sia lo sparare a caso “ricette” malamente acquisite, che dico, orecchiate, altrove e riferite peggio.

stavolta il Corriere della Ser(v)a per la penna di Antonella De Gregorio recupera chi sa che innovativa (ahò ogni anno è sempre così…) soluzione radicale al mal di banco.

qui ne offriamo la nostra personale e sapida rilettura.

Non classi con pochi alunni, programmi interessanti e uniformi impeccabili. Quello che fa studenti eccellenti sono insegnanti eccellenti. E già questa sarebbe una notizia, per quanti ritengono che la capacità di istruire sia una dote innata.

Contraddizione affascinante: di solito è il talento innato, unico e personale, la base e il prerequisito per l’eccellenza, da che mondo è mondo. Certo, allenamento e metodo hanno il loro gran peso, ma il talentuoso a corto di metodo e allenamento non sarà mai troppo lontano (anche se dietro) al non talentuoso che si ammazza di esercizi e fa immersione nella metodologia. Chiaramente se sommiamo le due condizioni, si vola.

Altra negazione del reale: pochi alunni significa, è matematico, più tempo da dedicare per alunno. Punto. I numeri non sono fuffa. Chiunque creda che un insegnante bravo possa lavorare bene in una classe-pollaio, e magari meglio di un insegnante meno dotato ma con molti meno allievi, è chiaramente una persona che vive al di fuori del concetto radicale e ineliminabile di tempo e risorse limitati. Una classe poco numerosa è determinante per il successo formativo. La massa significa da che mondo e mondo “bassa qualità”. Chiedetevi perché nei migliori college si entra e si vive in pochissimi!

Sul programma interessante non ci sentiamo certo di escluderne in toto, come fa l’articolista, la portata. Ha la sua rilevanza, certo meno determinante di quanto si creda. Se non sono le persone a avere voglia di conoscere e studiare, non c’è intrattenimento o programma che tenga.

Sulle uniformi non si sa che c’entrino… un modo così, forse un po’ bischero, per non saper come attaccare l’incipit di un articolo. Ma tant’è.

Unica cosa decente, l’intervento del Maestro Limonta (ma… non era meglio un’intervista all’autore della ricerca celebrata nell’articolo? misteri del giornalismo italiota che parla di x ma ti mostra un video con y).

proprio come questo articolo del Corriere della Ser(v)a in cui la giornalista riferisce sull’esito di una ricerca di terzi, come è stata riferita da un quotidiano. Insomma, la versione del “mio cuggino ha sentito di uno che conosce un tipo che è morto così…”.

la nostra De Gregorio prosegue imperterrita:

John Hattie, ricercatore dell’università di Melbourne, ha analizzato 65mila lavori sugli effetti che centinaia di diversi approcci e interventi educativi hanno prodotto su qualcosa come 250 milioni di studenti e ha concluso che gli aspetti di solito più cari ai genitori – dalla numerosità della classe, alla divisione dei ragazzi per livelli di apprendimento – hanno poca rilevanza. Ciò che davvero fa la differenza è l’«expertise»: esperienza e capacità dei prof.

L’esperienza fa la differenza? Wow. L’incredibile scoperta dell’acqua calda, aggiungiamo noi insieme col talento. Gioverebbe anche chiedersi come abbia fatto un ricercatore solo a analizzare una casistica così impressionante. Probabilmente un team? Qualche indicazione della fonte? Macché.

Senza contare che questa è la teoria di Hattie (e molto probabilmente della sua equipe), ma qui mi preme dire soprattutto che la questione, posta in questi termini, suona di una banalità sconfortante.

E non voglio dire che la ricerca di Hattie sia pessima, o sbagliata, o assurda, voglio dire proprio che questo modo di presentare la questione complessa del che-cosa-fa-la-differenza-nell’-insegnamento non può essere trattato da un giornale nazionale in questo modo!

Qualcosina di meglio, ma presentato “ad minchiam” si trova verso la conclusione del pezzo:

“Livello medio”

Non sono i soldi a fare la differenza, è la tesi del settimanale, che porta ad esempio gli stipendi degli insegnanti finlandesi (il sistema preso a parametro quando si parla di eccellenza scolastica): sono al livello della media Ocse. Anche se, per trattenere i migliori o per dirottarli sulle scuole che han più bisogno, la leva economica in qualche misura funziona. Nemmeno la libertà di licenziare i peggiori è determinante. L’idea rivoluzionaria è innalzare il livello medio dei docenti, attraverso un processo di formazione in aula e sul campo che dovrebbe ispirarsi al training dei migliori medici (con molte ore di tirocinio in ospedale) o dei campioni sportivi. E questo sì, molte ore di tirocinio, si fa dove i risultati dei ragazzini poi risultano migliori: in inlandia, a Singapore, Shanghai, per esempio.

qui, da Hattie, si ritorna all’Economist – che gran giornalismo, quello italiano che ci riporta gli scoop di altre testate, non è vero? – e la tesi del ricercatore comincia a essere la tesi del settimanale statunitense. dove finisce chi, e dove cominci l’altro, non si sa.

Probabilmente è vero: le cose più ganze che l’umanità abbia fatto, non sono state fatte per danaro.

Lo spiega molto meglio l’esperto Ken Robinson in questo intervento:

[fonte: www.ted.com ]

naturalmente si torna al vecchio adagio della “formazione”, il che è – come tutte le verità di buon senso, una nozione facilmente acquisibile. una formazione che scelga i più talentuosi e li motivi a realizzare qualcosa che amano, piuttosto che produrre presidi-sceriffo. non è che ci voglia il “Corriere della Ser(v)a” per capirlo. quel Corriere che, si badi, è lo stesso giornale che pubblicizzava le “magnifiche riforme e progressive” del Renzuccio-ducetto nazionale, anche nella “buona scuola”, neanche tre mesi fa! con l’Invalsismo imperante e il dominio del teaching-to-the-test.

per capire come sta messa la faccenda, basterebbe sentire una ventina di docenti della scuola italiana presi a caso.

i quali però aggiungerebbero che i docenti finnici sono rispettati nella società e considerati professionisti che gestiscono e coltivano il bene più prezioso che sia mai in possesso di una comunità: le menti (e la creatività) dei bambini. la risorsa cardine.

i quali aggiunerebbero che il popolo della Finlandia (l’inlandia della nostra De Gregorio) probabilmente non considera i suoi docenti degli stronzi privilegiati con tre mesi e passa di vacanze all’anno, incompetenti e fancazzisti.

i quali aggiungerebbero che un po’ di riconoscimento economico a livello di parcella è un segno tangibile del rispetto e della considerazione che tutti dovremmo avere per quella cosa misteriosa chiamata “professionalità”. riconoscimento che supponiamo essere perfettibile anche in Finlandia, ma che da noi è praticamente nullo, o ridotto a elemosine da qualche centinaio di euro.

al Corriere non chiederanno un’acca di tutto questo.

troppa fatica.

 

 

bestialità | giornalisti italiani

gioprnalisti

se i giornalisti delle varie “redazioni scuola”, e segnatamente quelli del Corriere della Ser(v)a, fossero quello che dicono di essere – ossia dei professionisti, non scriverebbero le bestialità che scrivono.

per esempio che «lo stampatello è più veloce e semplice del corsivo», almeno quanto alla velocità.

se non fossero quel che sono saprebbero anche solo dalla parola e dalla sua anche elementare etimologia che nel passaggio fra medioevo e rinascimento si chiamò “cursiva” la scrittura veloce, per distinguerla da quella più lenta a lettere capitali. “corsivo” è parola semanticamente legata a “correre”, lo intuirebbe persino uno scolaretto delle elementari!

se non fossero purtroppo quel che sono non si berrebbero le boiate di sedicenti pedagogisti, e se non fossero quel che sono, in quanto professionisti almeno si informerebbero presso un qualunque calligrafo. prima di scrivere cazzate.

ma non lo fanno proprio perché non sono quel che dicono di essere.

giornalisti italiani: che bello sapere oggi che gli editori, cioé i “padroni” vi stanno precarizzando!

 

cominciare: una filosofia possibile

facevo una riflessione fra me e me, in auto, mentre l’alba illuminava le colline verso Palaja, lungo il tragitto che faccio quasi ogni mattina per andare a lavorare. l’alba mi ha fatto pensare all’Aurora (Morgenröthe) e alla Gaja Scienza  (Die fröliche Wissenschaft) di Nietzsche, e mi son detto che – alle scuole Medie – non si accostano neppure per un’ora i ragazzi alla filosofia, non si tenta neanche un’introduzione, un assaggio, una presentazione minima, men che “aurorale”, essenzialissima, un cenno di un cenno… nulla. se non risicatissimi agganci storici: ricordo bene solo l’Illuminismo, come se non ci fosse stato che questo nella storia europea e nei programmi scolastici – peraltro scritti dai borghesi, per le repubbliche borghesi-liberali, e dagli eredi delle logge massoniche, e il conto tornerebbe a legger quel che preme a lorsignori…

comunque, a andar bene, solo al liceo si fa Storia della Filosofia, che è meglio di niente, certo, ma non è quel che serve davvero. un conto è fare arte, un altro storia dell’arte, che serve, approfondisce, dirige l’estro, ma non è la vera sostanza del mestiere, né la sua bellezza. e un conto è far storia della filosofia, e ben altro è filosofare. così ci si riduce a formar filosofi che all’università, quando la mente, lo spirito, l’indole, il raziocinio, quello che volete del ragazzo, non è mai stato abituato, educato, accostato al pensiero filosofico, al suo metodo, ai suoi strumenti. il giovane filosofo si ritrova e riduce a lavorare da zero, nelle giovanili energie, in un contesto in cui gli si chiederebbero autonomia, rigore, metodo, sicura dimestichezza con l’arte, familiarità e confidenza con la disciplina. come si può – nello specifico – anche solo credere, o pensare di formare dei filosofi seri con una tale metodologia? O vieppiù – in generale – formare un popolo che sappia apprezzare, valutare, fruire del lavoro dei filosofi, delle loro competenze, stimarli e coinvolgerli nella costruzione di un mondo degno di essere vissuto?

colpa dei filosofi, anche, i quali non si sono mai spesi – o ben raramente – nel diffondere una cultura e una didattica della filosofia nei bambini e nei ragazzi. cosa che in Grecia si faceva, e assai bene; e nella Germania dell’Ottocento meno bene, ma ancora si cercava, con molti più limiti e meno spontaneità, naturalezza.

e allora ho deciso di introdurre un micro-micro-micro assaggio di filosofia a scuola. ho pescato una cassetta e ho chiesto ai ragazzi (una seconda media) di rispondere senza pensarci troppo, in tre frasi per domanda, in parole semplici a queste tre domande:

  1. Perché esisto?
  2. Chi sono io?
  3. Cos’è il tempo?

ho infilato nel bussolotto ogni foglietto con le risposte, dopo un quarto d’ora, e ci siamo divertiti a esrarle a sorte, leggerle, anonime, provando molto scherzosamente e senza troppa cura per la filologia a classificarle. i risultati sono stati insieme prevedibili e sorprendenti.

un discreta parte era il gruppo dei teologi e teleologi, coloro i quali credevano in Dio, segnatamente, il dio cattolico, e nel suo piano per loro. in generale coloro per cui la vita “deve avere uno scopo” – segnatamente un ruolo nel piano della salvazione.

v’erano però anche i pragmatici-naturalisti i quali attribuivano il senso del loro essrci al fatto che “papà e mamma si sono amati e siamo stati partoriti”, l’esistenza come mero dato biologico, con una punta di darwinismo quando un ragazzo ha detto che il suo scopo nella vita “è fare figli per trasmettere la mia eredità, dimostrare che sono vissuto.”

la parte più prevedibile e meno creativa è stata l’autodefinizione: la risposta pressoché standardizzata è stata questa: “Sono un bambino/bambina/ragazzo/ragazza di 12 anni e vado a scuola.” un dato anagrafico e sociale di sé che ovviamente dà la misura di quanto la società faccia pressione sull’individuo per uniformarlo, inquadrarlo, circoscriverlo il più possibile. avrei sperato più freschezza e autonomia, ma capisco bene perché il gioco viene fatto correre sui binari di queste regole.

l’ultima risposta: il tempo è stata invece interessante perché ha presentato sia l’aspetto oggettivo, scientifico-metrologico (durata in ore, minuti e secondi) sia il soggettivo percepire del tempo come una variabile relativa.

ho poi spiegato, con alcuni esempi, perché la filosofia, o meglio i filosofi – Cartesio, Kant, Pascal, Spinoza – sono stati importanti per applicazioni anche estremamente pratiche e persino ludiche (battaglia navale, videogiochi) e perché le domande che ho posto sono fondamentali per stabilire i confini del nostro agire nella società, nella storia, nel mondo. e sono domande la cui risposta spetta non alla tecnica, in parte alla politica, ma eminentemente alla filosofia. l’imperativo “Conosci te stesso” dovrebbe essere un dovere della scuola se vuole formare uomini pensanti e non automi agenti. abbiamo scherzato su alcune ipotesi: come la clonazione… se clono un individuo, posso dire che ho la “stessa persona in due copie”? o il viaggio nel tempo e il paradosso temporale; ma la campanella (caro Tommaso, anche a te siam debitori…) è suonata e sono passato a altro.

il “cominciare”, però, come logica e principio o modus operandi ho deciso di abbracciarlo, per la didattica è un atteggiamento mentale salutare e incredibilmente creativo, che mi pone di fronte a una nuova sfida e a un modo affascinante di intendere l’insegnamento.

eroe davanti ai banchi | solidarietà

esiste una sola cosa migliore di diecimila, centomila lezioncine scolastiche e teoriche campate in aria sui diritti e sulla cittadinanza: essa è la pratica viva, l’esercizio determinato e la costante e ferma difesa di tali diritti. 

parlo di diritti e prerogative che ipocritamente si sbandierano a parole mentre sono sistematicamente e metodicamente insultati, calpestati e repressi non solo da una società nevrotica, ingiusta, sciovinista o da una politica che risponde solo con il controllo poliziesco e militarizzato ai disastri umani, economici e sociali che provoca su mandato dei poteri finanziari, ma anche dalle stesse istituzioni che dovrebbero tutelarci e garantire l’istruzione e l’esercizio dei diritti civili costituzionalmente garantiti.

oggi è alla prova dei fatti e della cronaca eroico cercare di resistere alla melassa securitaria che tormenta i cittadini di questa Europa con vogliette di rieducazione coatta e galere. anche oggi c’è stato un eroe che ha dato corpo e azione, proprio fra quei banchi di scuola, alla difesa delle prerogative civili e umane che si dovrebbero tutelare e maggiormente parlando in ambito educativo. un eroe davanti ai banchi e alle coscienze dei giovani affidatigli per mandato. eroe di cui sono fiero come cittadino e come docente.

ovviamente questo eroe, come moltissimi altri che alzano la testa di fronte al grigiore della prepotenza e del sopruso, è stato punito proprio per non essere mancato al suo alto dovere umano, civico e formativo, ed è stato punito proprio da quelle istituzioni educative che coerentemente  avrebbero dovuto far quadrato intorno a lui, anche e non solo in quanto sindacalista impegnato nella difesa del diritto al lavoro e all’istruzione. c’è da chiedersi se anzi la pratica sindacale non sia stata semmai elemento a sfavore…

per questa esatta serie di ragioni sono necessariamente e orgogliosamente solidale con Franco COPPOLI, docente dello:

Istituto Istruzione Superiore Tecnico Industriale e Geometri “Lorenzo Allievi” – “Antonio da Sangallo”sezione Geometri, Via Benedetto Croce 16, 05100 Terni 

per i motivi e la vicenda spiegati in dettaglio sul blog “Insorgenze”.

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[in foto: il Prof. Franco Coppoli]

qui mi basta richiamare alla sintesi dei fatti che il docente nel marzo scorso si è opposto e ha impedito una perquisizione della polizia con cani antidroga in classe, perché non munita di necessario e legale mandato; Coppoli ha poi intimato agli agenti di non interrompere la lezione né entrare nell’aula di cui lui solo era legalmente responsabile prospettando agli stessi una denuncia per interruzione di pubblico servizio se avessero dato luogo al rastrellamento in loco, operazione chiaramente illegittima perché non supportata dalle necessarie garanzie legali e civili (mandato di un giudice, appunto). gli agenti hanno desistito di fronte a questo fermo e profondamente educativo esercizio dei diritti civili e costituzionali e delle garanzie civili proprio in un delicato contesto formativo e umano quale la scuola pubblica. Coppoli ha anche difeso i propri allievi da un’esperienza che va da sé definire traumatica e umiliante e lesiva della loro dignità di cittadini in formazione, per giunta una perquisizione esercitata senza cogenza di reato e in modo massificato, aprioristico e punitivo.

la “risposta” degli organi scolastici non si è fatta attendere e oggi il docente risulta colpito da sospensione per 12 giorni dall’insegnamento e dallo stipendio, una misura grottesca, paradossale e radicalmente ingiusta, che alimenta il sospetto di ritorsione punitiva e di intimidazione preventiva a fronte di altri tentativi di risposta alla repressione, e soprattutto che costituisce misura antipodica a quella che dovrebbe essere la tutela della cittadinanza attiva e consapevole, tanto sbandierata e strombazzata dai programmi ufficiali.

per tutte queste ragioni inviamo tale post anche come lettera aperta alla Dirigenza dell’Istituto in questione, chiedendo un ritiro pronto della misura disciplinare ai danni di questo coraggioso insegnante, un pronto reintegro in servizio con scuse ufficiali e augurandoci la pronta mobilitazione di studenti, genitori, docenti, personale ATA, e di quanti sono interessati a vivere da cittadini e non da criminali sotto sorveglianza e misura cautelare.

la scuola pubblica italiana non è un carcere.

per queste ovvie ma essenziali ragioni sono al fianco del coraggioso Professor Coppoli contro ogni repressione e intimidazione.

P.S. o… piccola nota di colore. Dal sito si evince chiaramente il modello di scuola che hanno in mente: sponsor aziendali e …che sponsor. Nessuna meraviglia che a una certa forma mentis corrispondano azioni perfettamente e filosoficamente armoniche.

esempio