teleprete&telesbirro | puzzle

vi piacciono gli investigatori? bene. anche il mio mestiere – lo storico – è un po’ quello del detective: metto insieme i pezzi del puzzle. e per vizio e vocazione mi dipingo quello che potrebbe essere un plausibile quadro della realtà.

la realtà che vedo non mi piace. per nulla.

sarà che tutti i frammenti congiurano insieme, ma oggi mi è arrivata una “proposta” editoriale per l’estate dei miei alunni. un romanzo da leggere, il classico “libro delle vacanze” – in genere vissuto più come un peso che un reale invito alla lettura e al suo infinito piacere – ma non si può mai dire…

non me ne voglia l’autrice, spero e credo assai brava, purtroppo a parlare non è soltanto la mia disaffezione per il “poliziesco”, nata assai ben prima che sviluppassi profonde ragioni ideali e ideologiche: mai amato il giallo, che ho sempre trovato istintivamente noioso, triste, grigio. un disamore antico che non è certo aiutato dalla mia attuale e maturata “coscienza sociale e politica”.

è che più mi rigiro fra le mani il volumetto, più mi sembra un pezzettino di questo dannato puzzle:

Daniela Bisagno, “Il Mistero delle Statue rubate”, Edisco 2015

penso poi che proprio in questi giorni nella posta trovo l’ennesimo invito a pagare il Canone, io che non ho mai avuto la TV in casa, da quando io e mia moglie abbiamo fatto vita comune.

recentemente sono stato a pranzo dai miei; vige la sanissima abitudine di pranzare senza televisione, ci mancherebbe; ma dalla tarda mattinata al primo pomeriggio ho avuto modo di scoprire che non c’è nulla da rimpiangere dalla scomparsa di questa infame scatola, questa cloaca che riversa pattume nella testa e nelle coscienze delle persone. in tutti questi anni la TV non è cambiata di una dannata virgola: reati, polizia e preti; preti, reati e polizia; reati, preti e polizia. tutta la mattinata e tutto il primo pomriggio, una TV del dolore fatta di piccoli e grandi crimini di provincia, forze del’ordine, e tonache rassicuranti in studio.

una TV che – pubblicità compresa, diluviante e incessante – è il perfetto specchio di un mondo-prigione in cui puoi consumare o finire ammazzato e/o interrogato in questura. ma vivere, no. quello non è ammesso. compra, consuma, cadi vittima della paura o delinqui, fatti sorvegliare e esisti controllato in questa megagalera a cielo aperto, ma non vivere. non ci provare nemmeno.

teleprete&telesbirro

oltre che telemercato.

un tempo lontano la TV provava timidamente a proporre le emozioni e l’avventura, il romantico e il romanzesco; oggi c’è praticamente un mondo che sembra solo una gabbia di conigli spaventati e sorvegliati, schiavi della narcosi della paura e della bulimia da visione e consumo.

con tutte le buone intenzioni di editori e librai, i miei ragazzi – se leggeranno – sarà di isole, pirati, animali, cielo, montagne e vento… non delle imprese di qualche immaginario poliziotto nazionale.

mi scusino tutte le Bisagno del mondo, non me ne vogliano, ma proprio non ci riesco. sarà che il puzzle che compongo mi piace sempre meno. sarà che mi è venuta l’allergia alla realtà che vedo.

3 risposte a “teleprete&telesbirro | puzzle”

  1. Gentile Furio Detti,

    per caso mi è capitato sotto gli occhi il suo commento (che poi commento non è, visto che lei il libro non lo ha neanche letto, mi sembra) sul mio romanzo per ragazzi, “Il mistero delle statue rubate” (Edisco, 2015). Mentirei spudoratamente, se le nascondessi di aver provato, lì per lì, un grande fastidio, nonché una certa difficoltà ad accettare la sua garbata preghiera a non volergliene (“non me ne voglia l’autrice ecc.”), un po’ perché al mio Gaspare Bellini io tengo in modo particolare, un po’ perché in quella storia (un giallo-favola, come è precisato nell’Introduzione) c’è molto di me, della mia infanzia, dei personaggi a cui ero legata, come il Don Camillo di Guareschi a cui è ispirato il don Silvestro del raccontino. Anzi, per esser precisi, il romanzo, se vogliamo chiamarlo con questa parola grossa, non l’ho neppure scritto con l’intento di pubblicarlo, ma solo per me. Ovvero, per necessità (a volte si avverte il bisogno puro di scrivere, senza per forza finalizzare la scrittura a un utile immediato), per la gioia di veder crescere un personaggio che, a onor del vero, mi è arrivato fra le mani senza che io lo cercassi -quasi da solo. In seguito, le persone a cui avevo sottoposto il manoscritto in lettura, mi avevano suggerito di mandarlo a una casa editrice per adulti, giacché, a loro avviso, il libro poteva essere, nel mare magnum della narrativa di genere poliziesco, una proposta originale e un testo fruibile anche da parte di un pubblico più maturo. Alla fine ho optato per una casa editrice scolastica seria come l’Edisco, di cui sapevo di potermi fidare, e – a quanto vedo – ho fatto malissimo. Sono consapevole (e in ciò comprendo la sua svogliatezza di lettore) che il mio racconto è solo una goccia minuscola nell’Oceano della Letteratura poliziesca per ragazzi, e che probabilmente finirà, come molti altri suoi compagni di sventura, ingoiato dall’orrido oblio. E tuttavia, se posso permettermi, vorrei darle un consiglio: non si fermi all’apparenza, la prego, ma si provi a leggerlo. Provi a considerarlo, non un tassello di quel noioso puzzle di cui lei parlava, ma un pezzo di vita, della mia –certo- ma anche della vita di un mondo che non c’è più, perché tale è il mio raccontino, pur nella sua modestia. Una storia ricca di sogni, di atmosfere fiabesche, di creature misteriose e lunari, dove c’è spazio per commuoversi e per divertirsi. E magari, perché no!, anche per riflettere un po’ sulle ingiustizie della vita. Ma soprattutto un libro vero dove non c’è, come in tutti i miei libri del resto, nulla di inventato. Tant’è che la maggior parte dei personaggi e delle storie comiche narrate qui sono… autentici.
    Le mando un cordialissimo saluto e la ringrazio dell’opportunità che lei mi ha offerto di parlare del mio Gasparino,
    Daniela Bisagno

    1. Gentilissima Bisagno,

      intanto grazie di cuore per il commento e l’intervento. Che mi obbligano a una risposta più articolata del post da cui è partita questa nostra interazione. Come ho già detto, e come esporrò con più articolazione, spero, nel mio prossimo post, il mio intervento di partenza non era una recensione/valutazione/opinione sul suo testo in sé (o perlomeno non era questa l’intenzione prevalente e primaria del post) – che ho già appunto presupposto come letterariamente valido – bensì l’espressione di un disagio che ritengo motivato verso un clima e un contesto culturale molto avvilente e di una serie di impressioni generali (di cui il suo libro è stato la molla, per semplice affinità tematica, al di là del valore intrinseco che sicuramente possiede, preso come opera letteraria isolata dal contesto). Anticipo che del suo testo ho compiuto solo una rapida e probabilmente anche superficiale scorsa, ma mi pare – libera di smentirmi e potrei quindi sbagliarmi – che in fin dei conti il tifo lo si faccia per l’investigatore e che in fin della fiera si parli di poliziotti italiani che arrestano qualcuno. Come le dicevo non ho la pretesa di essere imparziale – specie quando NON recensisco un volume ma esprimo un punto di vista personale e più esterno. Ma Le prometto prima una risposta più articolata, come le sue fatiche, il suo talento e la sua intelligena meritano; e magari – la prossima volta – pure una recensione sulle qualità letterarie del Suo libro. Con la massima cordialità e la più viva riconoscenza per le sue parole.

  2. Gentile Furio Detti,

    che il suo post non fosse o non avesse l’intenzione di essere una recensione o anche semplicemente un’opinione circa i meriti e i demeriti del mio racconto, l’avevo capito. Così come, non solo ho capito, ma in parte addirittura condivido, il suo disagio di fronte alla moltitudine ‘variegata’ di romanzi e racconti per ragazzi (e non solo) di genere poliziesco che affolla il mercato editoriale. E tuttavia –ci tengo a ripeterlo- nel mio raccontino (non riesco, con tutta la mia buona volontà a chiamarlo romanzo, sebbene lo sia a tutti gli effetti) il rapporto investigatore-criminale presenta alcune singolarità: in primis, come si accorgerà lei stesso, se avrà il tempo e la voglia di leggere, perché l’autore del crimine, colui che di norma, alla fine, viene smascherato e (talora) assicurato alla giustizia dall’investigatore stesso, secondo lo schema ormai classico dei romanzi polizieschi, è in realtà una figura positiva, come sarà chiaro alla fine, il quale entrerà addirittura in un rapporto di confidenza e stima reciproca con il suo antagonista-commissario. In secondo luogo, perché il detective è una figura che opera seguendo, non solo il proprio fiuto o talento investigativo, sibbene… la traccia dell’infanzia. Direi, addirittura, che è l’infanzia, grande ‘réservoir’ di fiabe, sogni, leggende, la vera protagonista di questa storia. Tant’è che Gaspare, fisicamente somigliante a Pietro Germi, come si dice nel libro, e come non si evince (purtroppo) dalle deplorevoli illustrazioni, è in realtà una figura in cui (quasi pascolianamente) il presente interagisce con il passato. Ed è questo passato esemplare, questa infanzia numinosa, il cui ricordo gli arriva a folate come il vento di mare o l’odore dell’erba bagnata, a fornirgli, anche grazie ai racconti delle varie figure protettive da cui è circondato, gli elementi per risolvere il caso, cioè a dire: la lente magica per leggere i segni della realtà, come si leggono i libri (Gaspare è un buon lettore): con attenzione, con gioia, con acume critico. È la riscoperta di questo patrimonio meraviglioso di leggende e favole vere, anche se nessuno ci crede più (è questo il vero crimine, non il furto delle statue) a consentire lo scioglimento dell’enigma, la soluzione del mistero. Per cui, e con ciò concludo sperando di non averla annoiata troppo con la mia risposta, se c’è qualcosa per cui “si tifa”, in questo libro, è proprio l’infanzia: la sua vis immaginativa, essenziale anche nella vita adulta, il suo lascito prezioso, mai banale, mai obliabile… Una curiosità, posto che le interessi: l’eremita di cui si parla nel racconto è ispirato all’eremita dell’omonimo racconto pavesiano. Peter, il committente dei furti di statue, è invece un omaggio a Conan Doyle, e al suo Sherlock Holmes, nell’interpretazione impareggiabile dell’attore inglese Jerémy Brett.

    Grata della sua attenzione, le mando un carissimo saluto,
    Daniela Bisagno

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